Il bagno nella storia

 
 
 
UNA STORIA DI MERDA 
 
 
Dalle prime civiltà ai giorni nostri l’igiene personale e il modo di fare i bisogni corporali sono cambiati in modo sostanziale.
In merito ad atti fisiologici così importanti, dal Rinascimento in poi,  il riserbo diventa tale che solo a livello "volgare" nascono termini per indicarli (cagare, pisciare, etc.), mentre generalmente ci si mantiene sul vago, definendoli "atti corporali" e solo per pignoleria, talvolta, qualcuno fa il distinguo tra quello "piccolo" e quello"grande". Per iscritto, ufficialmente o dal medico, invece, si utilizzano i termini scientifici come urinare e defecare.
Lo stesso dicasi per il "luogo" adibito allo smaltimento dei rifiuti corporei, comunemente chiamato "gabinetto" o "bagno", quasi a voler nascondere la loro funzione primaria, mentre diventano molto diffusi termini stranieri come il francese "toilet" (o toilette, termine risalente al 1681 per indicare più in generale la cura del corpo e la pulitura dei vestiti) o l’inglese "WC" (water closed, ad indicare il sistema sifonato, da cui poi, il termine italianizzato di ‘vater’). In italiano rimangono, poi, solo termini volgari come "cesso" (dal latino "cedere" ritirarsi, appartarsi) e "latrina" (dal latino lavatrina, ovvero lavatoio o sala da bagno). La nostra civiltà, da tempo, è solita pensare al gabinetto come ad un luogo privato, appartato e non tutti riescono a portare avanti i propri bisogni se in presenza di altre persone.
Eppure, dall’uomo di Neanderthal al Medioevo, le cose stavano proprio diversamente!
Per mancanza di dati è difficile e a volte impossibile, stabilire quali nozioni di igiene esistessero presso antichi popoli.
Certamente per l’uomo primitivo è facile immaginare che parole come "vergogna" e "riserbo" non avevano senso e, in mancanza di un qualunque "freno inibitorio", l’incontinenza doveva perfino essere la normalità, mentre, in qualsiasi momento ci si accovacciava sul terreno per quei pochi minuti necessari a liberare l’intestino.
Sugli Egizi, grazie a geroglifici e oggetti ritrovati nelle tombe, si sà che esisteva una legislazione igienica, assieme ad una seppur rudimentale medicina sociale. Vigevano esatti precetti per la sepoltura, prescrizioni che istruivano sul modo di tenere pulite le abitazioni, sulle norme per la alimentazione, sulle relazioni sessuali, ecc. Come per la medicina babilonese, essa era una combinazione di razionalismo empirico, di misticismo e di prescrizioni di natura religiosa. La legislazione sacerdotale era severa nel prescrivere la pulizia del corpo per i sacerdoti, nell’infanzia, nell’alimentazione e per le relazioni sessuali. Grande era la attenzione per la cosmesi, per l’attività ginnica e per il culto dei morti.
Sebbene la prima testimonianza dell’esistenza del sapone risale al 2800 a .C. e proviene dagli scavi dell’antica Babilonia, il papiro di Ebe del 1500 a .C. già descrive il metodo di produzione di un sapone usato dagli Egiziani ottenuto mescolando grasso animale o oli vegetali con un sale chiamato "Trona" che veniva raccolto nella valle del Nilo. Anche in Europa esisteva una produzione di sapone effettuata dai Galli e dai Teutoni, forse simile a quell’usata dalle popolazioni Celtiche, e i Romani che non lo producevano, lo importavano dalla Gallia. Ai tempi dei greci il medico Galeno raccomandava l’uso del sapone sia come metodo preventivo di alcune malattie e sia per pulire.
Ai tempi degli Egizi la gente espletava i propri bisogni all’aperto (gli spazi liberi certo non mancavano), in piccole buche fatte e ricoperte all’occorrenza. Ovviamente a faraoni, sacerdoti e caste superiori erano riservate specifici spazi privati, mentre si sa che Cleopatra già utilizzava dei vasi d’oro ricoperti di velluto.
Anche i greci, famosi per i loro bagni profumati, non avevano bagni o latrine pubbliche e ognuno la faceva dove capitava, mentre era comune pisciare vicino a qualsiasi colonna o muro alla bisogna. Per questo, con un decreto si vietò di urinare e defecare nei templi e nei posti pubblici più importanti. Suppongo che poi ogni mezzo o maniera era buona per pulirsi, in attesa di tornare a casa o di avere dell’acqua a portata di mano.   
 
 

 
I Romani davano molta importanza alle "necessità fisiologiche" e sono stati dei maestri anche in questo. Sono famosi gli enormi acquedotti e il sistema fognario (cloaca maxima) che si sviluppavano nel sottosuolo di Roma. Fontane, piscine, terme e latrine con acqua corrente erano d’uso comune tra i romani. Ogni nobile aveva la propria latrina personale all’interno o all’esterno anche se fatta solo di un semplice foro senza seduta, ma con uno scolo collegato ad un piccolo pozzo nero nel terreno.
A quei tempi non esistevano indumenti intimi e bastava solo alzare la lunga veste, mentre nelle latrine pubbliche vi erano appositi contenitori di acqua con spugne legate ad aste, che servivano a pulirsi il deretano senza sporcarsi le mani. A livello igienico non era il massimo, ma per chi aveva una spugna tutta per se era meglio delle foglie, dell’erba, delle pannocchie, del terreno o delle pietre usate nei secoli dalle varie civiltà. A Roma, le latrine pubbliche erano grandi stanze rettangolari o semi-circolari con intorno dei sedili di marmo lungo le pareti, con sopra dei fori e sotto dei canali di scolo per l’acqua.
 
 
Nonostante l’ambiente era in comune e le "sedute" una vicino l’altra, per i romani era un fatto normale stare insieme a "defecare", così come fare bagni o massaggi tutti insieme alle terme (sotto gli auspici della dea Igea, da cui, poi, la parola igiene). La latrina spesso diventava un luogo di incontro, per chiacchierare, per fare affari o per rapidi incontri sessuali. I canali di scolo e le fogne, in genere, servivano solo per i luoghi pubblici mentre per gli alloggi, le case o le ville esistavono pozzi neri o in mancanza, si gettavano i rifiuti, fatti in contenitori appositi, in strada. Il popolo o la plebe era forse meno avvezza a frequenti lavaggi e si suppone che non sempre ci si recava alle latrine pubbliche almeno per pisciare. Le cose andavano ancora peggio per gli schiavi ai quali spettava il compito di pulire le latrine e svuotare i pozzi neri.
Persino ai confini dell’impero, nelle fortificazioni intorno al Muro di Adriano nel nord dell’Inghilterra, sono state trovate enormi latrine con acqua corrente che permetteva di portar via i rifiuti, mentre ad ogni sosta degli eserciti in marcia, venivano preparate delle latrine volanti per le truppe.  
 
Sotto l’imperatore Vespasiano (69-79 d.C.) fu messa una tassa sull’urina racccolta dai privati. Infatti, l’urina serviva ai lavandai per ottenere e vendere ammoniaca con la quale si trattavano i panni di lana mentre con l’aceto si preparavano soluzioni antincendio. Per questo motivo, i lavandai avevano posto fuori le loro botteghe dei recipienti in cui ogni passante poteva liberamente orinare se ne sentivano l’esigenza; ecco perché, secoli dopo, gli orinatoi pubblici posti nelle città furono chiamati "vespasiani".  Ma i primi esempi di fognature risalgono perfino al 3000 a.C. e sono state trovate nella valle dell’Indo (Mohenjo-Daro), tra l’attuale India e Pakistan, mentre la prima vera testimonianza storica di un gabinetto con pulitura ad acqua risale addirittura al tempo del re Minosse nell’isola di Creta, intorno al 1700-2000 avanti Cristo. Era fatto di ceramica e legno, con un canale sotterraneo che portava la feccia al fiume.        
Nel medioevo, il vaso da notte che aveva già fatto la sua comparsa in epoca romana, era ancora usato e senza vergogna si facevano i propri bisogni anche davanti agli altri. Almeno fino agli inizi del Medioevo, il senso dell’igiene personale era molto vivo e l’usanza di fare il bagno era molto diffusa. Esistevano bagni pubblici e sale termali che permettevano agli uomini di incontrarsi e rilassarsi in ambienti piacevoli. La moda del bagno e la costruzione di latrine, segno dell’eredità culturale romana, all’epoca erano diffuse più o meno in tutta Europa.
Stranamente, negli anni successivi non solo non ci furono migliorie, ma la situazione igienica peggiorò perfino!
Gli "illuminati" del momento e la Chiesa ne ebbero le maggiori colpe.
Per questo, il Medioevo in generale, è considerato un secolo buio in cui le condizioni igieniche vanno decadendo portando alla diffusione di molte malattie, tra cui alcune gravi come il tifo e l’epidemia di peste del 14° secolo. L’uso del "vaso" (di rame o terracotta) prende il sopravvento, mentre le latrine pubbliche vanno pian piano scomparendo. Quella che per le civiltà precedenti era un importante elemento di pulizia e igiene, ovvero l’acqua, diventa in questo secolo un nemico pericoloso.  
Il fatto che non c’è vita se non c’è acqua e che è l’acqua a far marcire ed imputridire le cose, porta gli scienziati del tempo a pensare che i bagni o i lavaggi prolungati, aprendo i pori della pelle, la indebolisse predisponendo poi a malattie ed infezioni. L’acqua, scriveva Leonardo, «penetra tutti li porosi corpi».
I bagni rendevano fiacchi e deboli e per questo, dopo averne fatto uno, ci si copriva con abiti puliti e si cercava di rimanere in casa o a letto. Perfino il bere acqua preoccupava e qualcuno preferiva “acqua vinata” oppure dolcificata o aggraziata da qualche sostanza aromatica se non il vino stesso in alternativa. In un’Epistola san Paolo ammonisce Timoteo a smettere di bere acqua e a ricorrere al vino, e tale diffidenza viene ripresa dalle concezioni mediche del tempo e da tutta una serie di frammenti di saggezza popolare che esaltano il vino come sangue dell’uomo, stimolante e antidoto alle più svariate malattie, attribuendo all’acqua il potere di accorciare la vita e di provocare tristezza e malinconia. Il vino è perfino consigliato ai bambini, più del latte stesso. Il vino elimina i cattivi umori negli adulti (da Pasteur in poi ammazzerà anche i microbi), i vermi nei bambini e non solo. Proverbi e detti fioriscono in abbondanza: 
«dal buon vino ne segue il buon sangue»,
«due dita di vino sono un calcio al medico»,
«il vino è il latte dei vecchi»,
«il vino è il sangue dell’uomo»,
«il vino allunga la vita, l’acqua accorcia gli anni»,
«l’acqua fa male, il vino fa cantare».

A quel tempo due erano le filosofie di pensiero in merito alle malattie, c’era chi era convinto che esse si trasmettessero attraverso il contatto con oggetti o persone malate e chi, invece, credeva che bastasse respirare aria malsana, fetida e puzzolente per poter ammalarsi. L’acqua, in ogni caso, favoriva al popagazione delle infezioni. Per questo, solo le parti più visibili ed esposti, come mani, piedi e viso, venivano lavati più sovente, a volte solo con panni umidi, mentre spettava ai vestiti proteggere e mantenere il corpo pulito, assorbendo la "spocizia". Togliersi una camicia bianca diventata sporca e grigia, significava aver protetto il corpo ed era quindi la camicia che andava lavata. Come "Totò" afferma scherzando in alcuni suoi film, si lava chi è sporco!
Col tempo si arrivò ad avere perfino solo due bagni "ufficiali", quello prima del matrimonio e quello dopo la morte; entrambi rappresentanti l’inizio di una nuova fase. Molte persone si sposavano in giugno ed avendo fatto il bagno annuale nel mese di maggio, il loro “odore” iniziava ad alterarsi e per tale motivo le spose si dotavano di un bouquet di fiori per coprirlo. Ecco da dove deriva la tradizione per le spose, di avere con se un bouquet di fiori. 
 
Quando in casa capitava di fare il bagno, il primo a calarsi nel tinello era l’uomo, seguivano i figli più grandi, poi donne, bambini e infine i neonati. Il tutto, ovviamente, senza cambi d’acqua ed è per questo che alla fine essa era così sporca e nera che non era insolito sentire la frase: "Attenzione a non gettare il bambino insieme all’acqua sporca!"
Il problema non era dovuto tanto alla quantità o al trasporto dell’acqua dai pozzi alla casa, quanto al suo riscaldamento. Durante i viaggi, i signori portavano tutto l’occorrente per il bagno e c’era anche un servitore responsabile per l’acqua calda. Nei periodi più caldi la vasca era posta all’esterno, in giardino e in inverno presso un camino acceso. In inverno solo i ricchi potevano permettersi legna a sufficienza per riscaldare l’acqua e così la maggior parte della popolazione ricorreva al bagno solo nei periodi caldi. I signori avevano catini speciali, più grossi o a più posti a sedere, rivestiti di stoffa o velluto e facevano uso di fiori ed erbe profumate. I popolani si dovevano accontentare di semplici botti a cui era stata tolta la parte superiore.
 
 
Ma l’acqua, oltre che mal vista dalla scienza, divenne un pericolo morale anche per la Chiesa. Essa rappresentava qualcosa di peccaminoso, tant’è vero che santa Caterina da Siena non passava là dove c’era acqua per paura di peccare. San Gerolamo sconsigliava, soprattutto alle fanciulle, di non fare il bagno per non esporre il corpo nudo; San Benedetto ripeteva spesso che coloro che stavano bene in salute, e specialmente i giovani,  non dovevano avere bagni. Sant’Agnese morì a tredici anni senza mai essersi lavata. In particolar modo, lavarsi le parti intime poteva indurre a tentazioni e perfino nei secoli avvenire, fra le donne di campagna, sopravviveva la convinzione che «lavarsi di sotto, o toccarsi nei punti delicati» fosse peccaminoso. 
Cristianesimo e sudiciume marciarono a braccetto perché prevalse il principio che l’uomo battezzato non aveva bisogno di nessun altro rito purificatore e, come molti asserirono, la religione cristiana si preoccupava solo della salute dell’anima e non di quella del corpo. Dagli uomini di Chiesa anche le latrine pubbliche furono considerate luoghi ambigui e di perdizione, e, a tal proposito, san Bonifacio le definì “focolai del vizio” mentre san Benedetto “antri del diavolo”.
La poca stima per le latrine pubbliche e in assenza di sistemi fognari o di piccoli pozzi neri, il modo più sbrigativo per eliminare i “rifiuti corporali” fu lo sbarazzarsene “set et simpliciter” buttandoli fuori di casa. E, difatti, almeno nelle città, le strade e i vicoli divennero ricettacolo di merda e urina. Ogni mattina non c’era casa dalla quale dalla porta o dalla finestra non si svuotavano i “vasi da notte” al grido: <Attenti sotto!>.  
 
 
Di mattina, anche se non pioveva, non era insolito vedere persone camminare con l’ombrello aperto. D’estate specialmente, l’aria nelle strade non doveva essere molto gradevole e solo in campagna si utilizzavano i rifiuti come letame per il terreno. Era perfino d’uso alimentare gli animali da cortile con le feci. I centri attraversati dai fiumi, se da un lato potevano vantare strade più pulite e meno puzzolenti, per contro si ritrovavano un’acqua fluviale inquinata e infetta nella quale finiva di tutto. Per anni tale situazione portò ad un aumento delle malattie infettive specialmente nelle città grandi e popolate. Nei centri urbani d’Inghilterra un bambino su due moriva prima dei cinque anni: di tubercolosi, febbre tifoide, dissenteria, colera e altre forme infettive. Nel 1348 la prima ondata di peste nera che colpì l’Inghilterra nella contea del Dorset portò alla morte di un terzo della popolazione, mentre ratti e pulci prosperavano tra sporcizia e immondizia.
Nel basso medioevo era normale bere tre-quattro litri di vino al giorno, proprio perché l’alcol, un minimo, disinfettava, mentre non si era mai sicuri dell’acqua che si aveva per le mani. Il commissario alla sanità di Londra, Edwin Chadwick dimostrò che morivano maggiormente i poveri a causa delle condizioni terribili in cui vivevano; migliorando le loro condizioni di vita sarebbero vissuti di più. Per qualche anno i nobili ed i regnanti di quel periodo reagirono negativamente. Poi, quando anche loro iniziarono a morire di colera, (con l’epidemia londinese del 1849) incominciarono a capire che la loro salute era legata all’ambiente e quindi a vedere di buon occhio quello che Chadwick propugnava, ovvero “Aria, Acqua e Luce” per tutti, senza distinzioni di casta. 
 
Verso la fine del Medioevo, non v’era quasi più casa o persona senza un vaso da notte. Si andava dalla semplice caraffa di metallo da tenere sotto il letto, alle apposite e più comode sedie di legno, col classico buco a forma di serratura (utile agli uomini per urinare mentre seduti) e con all’interno un contenitore rimovibile. Nelle case di nobili e regnanti il lusso portava perfino ad artistici troni-gabinetto seduti su quali si poteva anche ricevere visite. E’ scritto che Luigi XIV (1638-1715) annunciò il proprio matrimonio, mentre era seduto sulla sua sontuosa poltrona “comoda” nella sala reale. E si dice che il duca di Beaufort, monsieur de Vendome (1616-1669), si pulì perfino il culo mentre il vescoso di Parma era al suo cospetto per delle trattative, e per questo se ne andò indignato. Nell’800 la Richard Ginori aveva in catalogo numerosi tipi di vasi, che facevano normalmente parte del corredo da sposa. Nei cortili o nei piccoli paesi si trovavano anguste cabine di legno con dentro una piccola panca forata al di sotto della quale si apriva un canale o una fossa. Nei castelli non era insolito trovare piccole latrine di pietra che sporgevano dalle mura, così i bisogni cadevano direttamente sul terreno sottostante. 

 
A livello d’igiene personale, la rasatura era difficile e dolorosa e quindi poco frequente poiché i rasoi erano semplici coltelli per l’intaglio o per trinciare la carne, spesso vecchi e non affilati. Il taglio dei capelli non era facile perché le forbici erano piccole cesoie che strappavano invece di tagliare. Solo pochi aristocratici nel XIII secolo avavano spazzole per i denti e di solito la toeletta era compiuta con l’ausilio di legno verde di nocciolo strofinato sui denti con un panno di lana. I pettini erano abbastanza comuni e gli specchi avevano un uso funzionale e decorativo. Si ritrovano anche descrizioni dell’uso di unghie decorate e di pulizia delle orecchie, anche se si suppone erano pochi gli interessati. Un galateo del XV secolo consigliava i nobili di accettare i parassiti come cosa naturale ma «di non grattarsi la testa a tavola o togliersi pidocchi, pulci o altri parassiti per ammazzarli in presenza di altra gente». Saponi di maggior consistenza furono disponibili solo dopo il XII secolo e consistevano generalmente di grasso di montone, cenere di legna o potassa e soda naturale. A volte si aggiungevano anche erbe aromatiche. I saponi preparati al sud della Francia e in Italia contenevano olio di oliva, soda e piccoli quantitativi di cedro. Per lavare e sbiancare i panni, le donne spesso utilizzavano una soluzione di lisciva (una soluzione liquida, ottenuta dalla semplice bollitura di cenere setacciata di buona qualità) e terra di argilla bianca. Solo nel XVII secolo la pulizia e l’abitudine al bagno ritornarono in auge in Europa ed il commercio del sapone divenne così redditizio da spingere nel 1622, il re Giacomo I d’Inghilterra a concedere il monopolio della sua produzione per l’equivalente di 100.000 euro l’anno. Nei secoli successivi, l’uso del sapone divenne abbastanza comune in tutti gli strati di popolazione. Per venir incontro a queste richieste, i produttori lavorarono per trovare metodi che permettesse una produzione su larga scala. Praticamente, fino alla fine del XIX secolo, il sapone era l’unico detergente con proprietà tensioattive. La storia dei detergenti sintetici inizia solo nel XX secolo quando la penuria di alcuni materiali fondamentali per la produzione del sapone (i grassi durante la Prima Guerra ed i grassi e l’olio durante la Seconda Guerra ) stimolò la ricerca per trovare alternative sintetiche.
Paradossalmente, a sconfiggere certe malattie, fu più decisiva l’azione dell’acqua e sapone, che l’intervento di medici e medicine. L’igiene, infatti, svolse un’azione decisiva sia nelle malattie dell’apparato intestinale (gastroenterite, febbre tifoidea, dissenteria), sia nelle malattie trasmesse da persona a persona (come nel caso del tifo petecchiale).
 
 
 
In attesa del vater, il vaso da notte rimase indispensabile fino a pochi anni fa e il primo vero prototipo di quello che poi diventerà il futuro gabinetto o WC fu inventato nel 1596 dal figlioccio della regina Elisabetta I, un certo John Harrington. Fu posto nelle stanze della regina ed era formato da una seduta con un serbatoio di acqua sovrastante apribile tramite un rubinetto e da una botola a valvola che faceva poi defluire le acque di scolo in un pozzo nero sottostante. Sir Harington lo chiamò Ajax (dal nome greco di Aiace che in inglese suona simile a “a jakes” ovvero “una latrina”) e gli era costato soltanto 6 scellini e 8 penny. Ma lui, orgoglioso dell’invenzione, ne fece menzione in un suo libro e la regina indignata non ne volle più sapere niente e così l’invenzione non ebbe il successo che doveva. Per produzioni su vasta scala bisognerà aspettare ancora altri  200 anni circa.
 
Nel 1738, J.F. Brondel riprese l’invenzione di Harington proponendo delle modifiche. L’orologiaio inglese Alexander Cummings nel 1775  migliorò l’invenzione con l’aggiunta di un sifone a livello della valvola, che grazie alla continua presenza di acqua, eliminava definitivamente il problema degli odori, ottenendo un gran successo. Altre migliorie tecnologiche furono apportate da Joseph Preiser nel 1777 e altre ancora ne seguirono fino al 1883 quando in Francia fece la sua comparsa la “tazza” del water così come la conosciamo oggi. Nel frattempo in molti paesi si era diffuso il semplice buco detto “alla turca” sul quale ci si accovacciava, evitando così problemi di tipo igienico. Già dal 1739 a Parigi comparirono toilette separate per donne e uomini mentre sono del 1824 le prime toilet pubbliche.
 
 
Solo nel 1886 l’inglese Thomas Crapper (da cui derivò il termine “to crap=cagare”) inventò lo sciacquone sopra la tazza, ovvero un serbatoio di 10 litri che grazie a delle leve ed a un tirante con catenella di ferro, scaricava e puliva il gabinetto.
Per motivi di sicurezza, nelle carceri furono vietati tali sciacquoni. 
 
Ma quello che segnò il successo del gabinetto fu la creazione di un grande sistema fognario sotterraneo che, partendo dalle grandi città, interessò pian piano ogni centro abitato. Alcune fogne, come quelle di Londra, divennero note perché così grandi da servire anche come via di fuga e di rifugio per ladri, prostitute e biscazzieri. 
Nel 1710 fece la sua prima apparizione anche il bidet (in francese significa pony, in analogia, quindi, alla posizione), installato negli appartamenti del re di Francia dal suo inventore monsieur Christophe Des Rosiers. Solo nel XX secolo divenne, poi, un oggetto di uso comune in molti Paesi (paradossalmente è poco diffuso in Francia dove è nato, ma anche in Inghilterra, Africa, Stati Uniti, Asia e Medio Oriente).  Nel 1890,  in America, grazie alla  Scott Paper Company fa la sua comparsa anche la carta igienica in rotoli.
 
Se uno si domandasse quale invenzione ha più profondamente modificato la civiltà moderna, la risposta probabilmente sarebbe diversa da persona a persona, ma solo pochi penserebbero all’indispensabile WC!
 
 
 
 

        

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8 risposte a Il bagno nella storia

  1. Kiara ha detto:

    interessante anche se vorrei sapere perchè ancora oggi ci sono dei WC chiamati forse impropriamente "turchi"

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  2. Pietro Zaini ha detto:

    Per un approfondimento esisteva un saggio eccezionale dal titolo CIVILTA’ IN BAGNO. , opera, oggi introvabile

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  3. VALERIO ha detto:

    COMPLIMENTI, ISTRUTTIVA E SIMPATICA.

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  4. maria teresa ha detto:

    interessante, ma vorrei sapere se esistono estratti di testi letterari che parlano del bagno o delle camere dabagno , compresi gabinetti .

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  5. domenico venuti ha detto:

    contenuto molto interessante porto con notevole capacità descrittiva. Grazie al suo lavoro di ricerca ho conosciuto aspetti della “vita sociale e …..” che ignoravo.

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  6. Antonio ha detto:

    Interessante e spiega l’evoluzione dell’uomo

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  7. squatty ha detto:

    interessante… bisogna però aggiungere “occidentale” al titolo del articolo… perché nel periodo medievale ad oriente l’igiene e la pulizia erano ad alti livelli. infatti furono gli arabi e poi gli ottomani ad importare “la turca”, venivano dispregiativamente chiamati “quelli che si lavano il culo”, riportarono il sapone in europa, tanti medicinali, inventarono lo spazzolino da denti…

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