NUTELLA STORY

Il creatore della Nutella è morto

Michele Ferrero

Michele Ferrero ( 1925 – 2015) è stato uno dei più importanti imprenditori italiani, proprietario dell’omonimo Gruppo Ferrero.
Figlio di contadini, nel dopoguerra, insieme alla moglie, aprì una pasticceria ad Alba (Cuneo). Nel 1946 Michele è l’artefice dello sviluppo dell’azienda, realizzando molti nuovi prodotti oggi acquistati da milioni di consumatori in tutto il mondo, per poi aprire stabilimenti produttivi e di rappresentanza in Germania e Francia, e, successivamente, esportando i prodotti e il marchio Ferrero oltreoceano, dall’Australia all’Ecuador.
A quell’epoca i colossi Italiani erano Motta e Alemagna che sentenziarono: “I Ferrero hanno trovato il modo di farsi del male, falliranno”.
È lui l’inventore dei più famosi prodotti Ferrero: da Nutella (1964) a Mon Chéri (1956), da Tic Tac (1969) a Ferrero Rocher (1982), fino ad arrivare alla linea Kinder che oggi rappresenta circa il 50% del fatturato Ferrero.
Grazie alla continua espansione territoriale e di prodotto, oggi Ferrero è uno dei principali gruppi dolciari a livello mondiale, con oltre 34.000 collaboratori è presente in 53 Paesi, 20 stabilimenti produttivi, di cui 3 operanti nell’ambito delle imprese sociali in Africa e Asia e 9 aziende agricole.

Per volontà di Michele Ferrero nel 1983 è nata la Fondazione Ferrero, con sede ad Alba, che ha il duplice obiettivo di prendersi cura degli ex-dipendenti Ferrero e di promuovere iniziative culturali e artistiche. Nel suo logo compaiono i tre verbi che la caratterizzano: “Lavorare, Creare, Donare”.
Nel 2005 ha creato le Imprese Sociali Ferrero, già attive in India, Sud Africa e Camerun, basate su una concezione prettamente imprenditoriale ma che agiscono con uno spirito “sociale”, poiché sono finalizzate da un lato a creare posti di lavoro nelle aree meno favorite dei Paesi emergenti, e dall’altro a realizzare progetti e iniziative per promuovere l’educazione e la salute dei bambini nelle aree in cui sono situati gli stabilimenti.

Forse il prodotto più conosciuto in quasi tutto il mondo è “Nutella”, nome commerciale italiano di una crema gianduia a base di zucchero e oli vegetali al sapore di cacao e nocciole. Fu creata nel 1964 dall’industria dolciaria piemontese Ferrero di Alba, a partire da una precedente crema denominata Pasta Giandujot e poi SuperCrema. Il nome deriva dal sostantivo nut, che significa “noce” in inglese, e il suffisso italiano ella, per ottenere un nome orecchiabile.
Oggi la Nutella è probabilmente la crema spalmabile più diffusa al mondo il cui l’ingrediente principale è la nocciola, una volta quella delle Langhe piemontesi in cui lui era nato. Il signor Michele, come l’hanno sempre chiamato i suoi collaboratori, pensò di piantare degli alberi di nocciole nel Sud del mondo in modo da poterle raccogliere a marzo e avere sempre un ingrediente fresco. Da quel progetto visionario sono nati 8.000 ettari di coltivazioni in Cile, Argentina, Sudafrica, Australia, dove sono stati messi a dimora 6,6 milioni di noccioli. Gli ultimi rapporti di vendita dichiarano 350 mila le tonnellate di prodotte ogni anno.

Sin dagli esordi Ferrero ha adottato dei contenitori in vetro riutilizzabili come forma incentivante all’acquisto del prodotto. Una volta svuotato del suo contenuto il contenitore può essere utilizzato come contenitore. I bicchieri furono presto impreziositi con immagini multicolore e una forma caratteristica.
Durante la festività di San Pietro e Paolo, Michele aveva l’abitudine di girare nei saloni della Fondazione Ferrero ad Alba. Qui salutava i lavoratori più anziani e incontrava altri operai, e magari assaggiava i suoi prodotti, mantenendo i condizionatori al massimo affinché il cioccolato non “patisse” il caldo”.
Di frequente andava nei supermercati per comprare i suoi prodotti e quelli di altre marche per verificarne freschezza e differenze. In ogni stabilimento Ferrero veglia una statuetta della Madonna di Lourdes. Ma per non offendere i musulmani dello stabilimento di Manisa, in Turchia, i progettisti non l’avevano messa. Michele Ferrero non amava sprecare denaro, ma faceva un’unica eccezione per la sua torta prediletta per le feste, che faceva prelevare con un elicottero ad Alba da un pasticcere fidato. Nella residenza monegasca dove è vissuto negli ultimi anni, con accanto le ville del figlio Giovanni e di Luisa, la vedova del figlio Pietro (scomparso nel 2011) la sua ultima gioia era stare con i cinque nipotini (Michele, Bernardo, Michael, Marie Elder e John). A loro ha voluto lasciare una sua affettuosa lettera, in occasione dei festeggiamenti per i 50 anni di Nutella, celebrati nel maggio 2014. Alla quarta generazione ha idealmente affidato il testimone aziendale.

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PINO DANIELE

IL NOSTRO POETA NAPOLETANO

 

Non trovo le parole, ma forse non vi sono parole per questo evento che ci ha davvero colto di sorpresa.

A perdere è la musica ma Napoli in particolare.

Le sue canzoni rimarranno nel nostro cuore.

Ciao Pino,

e grazie per quello che hai fatto e che ci hai lasciato!!

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Lorenzo Ostuni = Favij

GOOGLE GOLDEN BUTTON

 E’ il primo Italiano a vincere questo premio e pochi lo conoscono, a parte una marea di adolescenti che amano i videogiochi. Si tratta di Lorenzo Ostuni, un diciannovenne torinese che col nick ” Favij “, circa tre anni fa, ha iniziato a condividere su YouTube  trucchi e impressioni sui videogiochi. Il suo canale, su YouTube , contiene i suoi video ripresi tramite webcam mentre lui gioca con la sua console. Battute, parolacce, scherzi, sorrisi, smorfie e cose del genere che non seguono un copione e che non hanno nemmeno un vero contenuto, ma con un coinvolgente ritmo dato da un buon montaggio in postproduzione. Probabilmente il suo sfogo mentre gioca è piaciuto agli altri giocatori, e coloro che lo hanno seguito in appena tre anni hanno superato il milione (1,2 milioni di iscritti al suo canale). Quasi quanti ne ha il canale della Rai. Le visualizzazioni generate dal suo canale su YouTube si aggirano intorno ai 280 milioni, mentre un telefilm di Montalbano in prima serata fa circa 6 milioni di ascoltatori! 

                    
Da regolamento, Google premia i Youtubers  i cui video superano il milione di visite, e per questo, pochi giorni, fà Lorenzo ha ricevuto il Golden Button, una grossa placca a forma di tasto d’oro 24 carati. Ma nel frattempo alcune aziende già stanno bussando alla sua porta, come la Sony per uno spot televisivo.
Come lo stesso Lorenzo dice, “cosa c’è di più bello nel trasformare una passione ludica in una attività redditizia?”

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World’s Most Influential Scientific Minds: 2014

– I MIGLIORI RICERCATORI –

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Con “The World’s Most Influential Scientific Minds: 2014”, la Thomson Reuters PI & Scienza, in collaborazione con Shanghai J. Tong University e Academic Ranking World Universities, mostra quelli che sono le migliori e più brillanti menti scientifiche del nostro tempo.
E’ un bollettino di analisi delle più importanti ricerche condotte in tutto il mondo che si sono distinte pubblicando il più alto numero di articoli, e che si collocano tra quelle più frequentemente citate da altri ricercatori.  Tale lista scaturisce dalle citazioni che sono state registrate durante tutto il 2013 per lavori pubblicati tra il 2011 e il 2013.
Questi scienziati riceveranno un riconoscimento, una sorta di marchio e un logo che potranno mettere sui loro siti web.

Tra i  3200 ricercatori  più citati al mondo, provenienti da 21 diversi campi di ricerca, 55 sono italiani. Tra gli scienziati più autorevoli, gli Italiani sono pari al 2%, e in qualche campo sono davvero leader. In particolare – come di consueto – per quanto riguarda le scienze mediche, un settore in cui registriamo ben 15 presenze. Seguono altri campi di ricerca in cui notoriamente l’Italia spicca, come tecnologica, astrofisica, farmacologia, scienze agrarie.  Da notare che 5 su 55 sono donne.
Una piccola delusione, però, viene dalla fisica delle particelle, un campo di ricerca in cui gli italiani hanno una tradizione consolidata – basti pensare alla costante presenza di ricercatori italiani al CERN di Ginevra. Questo perché nella classifica non sono state prese in considerazione le pubblicazioni prodotte da più ricercatori, che includono alcuni degli studi più importanti ai quali hanno fatto parte anche ricercatori italiani.

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PATRIMONIO ARTISTICO = BENESSERE

LA REGGIA DI CASERTA

E’ davvero vero che le cose che si è abituati ad avere o a vedere tutti i giorni, col tempo diventano normali e poco interessanti. Eppure l’Italia è l’unica nazione al mondo dove c’è la maggior concentrazione di opere d’arte, di chiese, di monumenti e di bellezze naturali. Alcune città, poi, come Roma o Napoli,  diventano davvero perle uniche che chiunque ci invidierebbe. Eppure, alcuni cittadini non pensano due volte nell’imbrattare un monumento o un bene pubblico, e, peggio nel romperlo, mentre da parte degli amministratori (chissà perché?) c’è poco interesse.
Sono anni che si dice che l’Italia potrebbero vivere di rendita grazie a quello che la storia e la cultura del passato le hanno lasciato in eredità. Siamo stanchi di risentirlo e ci arrabbiamo ancora di più se coloro che possono e devono attivarsi per far sì che un tale grande e particolare patrimonio artistico/culturale possa finalmente portare benessere e lavoro, fanno orecchie da mercante o, addirittura, peggiorano le cose. Mi riferisco al nostro governo, ai nostri amministratori locali, ai politici, e alle istituzioni, ovviamente.  C’è crisi, mancanza di occupazione e sembra strano che nessuno pensi al turismo e a quello che si potrebbe ottenere con esso.
Un’altra cosa che personalmente mi da molto fastidio, sono i “continui” ed “interminabili” lavori in corso che deturpano la visuale e che spesso non permettono a turisti e visitatori di godere appieno di un sito. Poi, zone vietate e locali perennemente chiusi al pubblico per chissà quali insanabili motivi, che non permettono di vedere opere e luoghi che dovrebbero, invece, essere di dominio pubblico, e motivo di orgoglio per essere state messe in mostra. Non me lo spiego io, anche se per caso ho solo fatto un viaggio di pochi chilometri ed approfittato di un weekend, ma vallo a spiegare ad un turista giapponese che è venuto in Italia a visitare quel posto dopo un lungo viaggio e dopo aver sostenuto molte spese, e che probabilmente mai più vi potrà ritornare!
Siamo ancora a parlare dell’incuria degli scavi di Pompei ed ora è la volta della Reggia di Caserta.
Tanto per dimostrare dove arriva la strafottenza e l’abuso di potere dei nostri amministratori, è il caso del Giardino all’Italiana della Reggia di Caserta e di Nicola Cosentino.  Nonostante lo splendido giardino con la cascata mostra notevoli segni d’abbandono ed è da tempo chiuso (a tempo indeterminato!) al pubblico, questo non ha impedito a Cosentino di utilizzarlo per i suoi esercizi mattutini. Infatti, l’ex sottosegretario di Forza Italia aveva un mazzo di chiavi personale per entrare e farci jogging, grazie al prefetto di Caserta.
Nella Reggia di Caserta sono stati chiusi a tempo indeterminato diversi locali come la sala del Presepe del ‘600 e ’700 napoletano, mentre molte porzioni del parco sono inaccessibili. Molte stanze non sono aperte al pubblico mentre altre non lo sono mai state.
E’ notizia recente che nella zona Ovest della Reggia una porzione di tetto è crollato.
Per la Reggia il Mibact (Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo) ha previsto circa 22 milioni di euro di finanziamento per il restauro delle facciate di cui il primo lotto da 9 milioni è già stato stanziato. Dall’anno scorso le quattro facciate della Reggia sono transennate in attesa che inizino i lavori di restauro.  Dalle camere ai giardini, la Reggia e il suo sontuoso giardino italiano versano in stato di abbandono, nonostante nel polo museale siano impegnati 340 dipendenti che devono o dovrebbero controllare 130 ettari di parco e 70 stanze.
Questa suntuosa e storica residenza dei Borbone di Napoli, dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’Unesco sin dal 1997, è un complesso monumentale che occupa 45.000 metri quadri e, con i suoi cinque piani, raggiunge un’altezza di 36 metri,  con 1200 stanze e 34 scalinate.  Dal 2001 al 2013 il polo ha registrato quasi il 50% in meno delle visite, che da 812.811 passano a 439.813, secondo i dati pubblicati dal Mibact.
Dopo aver letto questo, spero che sarete incazzati come lo sono io!

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Biblioteca dei Girolamini

LADRI DI LIBRI: SCANDALO A NAPOLI

Biblioteca Girolamini

La Biblioteca dei Girolamini era una delle più preziose biblioteche di opere seicentesche italiane.
Tra reliquie di santi, tombe e capolavori dell’arte seicentesca, era una istituzione culturale statale di Napoli, dotata di un’importantissima raccolta libraria, nonché di un importantissimo archivio musicale operistico, ed essendo stata aperta al pubblico nel 1586, è la più antica di Napoli e seconda in Italia dopo quella Malatestiana di Cesena.
Da un punto di vista architettonico, fa parte del complesso della chiesa dei Girolamini che con i suoi 68 metri di lunghezza e i 28 metri di larghezza è tra i più grandi edifici di culto napoletani. La sua decorazione in oro, marmi e madreperla le valsero il titolo di “Domus aurea”; il suo interno presenta una concentrazione di opere di grande qualità di artisti sia napoletani che di estrazione toscana, emiliana e romana. Annesso vi è l’omonimo convento, sede della congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri, presso la quale i membri, detti “oratoriani” o “filippini”, si dedicavano alla santificazione delle anime mediante l’istruzione, la direzione spirituale, la predicazione e l’apostolato liturgico, in particolare tra i giovani, come era nella tradizione di Filippo Neri.
La biblioteca dei Girolamini custodiva più di 160 mila titoli, prevalentemente antichi, tra cui incunaboli e cinquecentine, (ovvero documenti stampati con la tecnologia dei caratteri mobili in voga tra la metà del XV secolo e l’anno 1500), numerosi manoscritti, di cui molti riguardanti composizioni e opere musicali dal XVI al XIX secolo. Il patrimonio comprendeva anche la collezione privata di Giuseppe Valletta con edizioni rare del XVI e XVII, con classici della letteratura greca e latina, storia e filosofia.
A causa del terremoto del 1980, i locali del convento e della biblioteca furono utilizzati come ricovero temporaneo per gli sfollati, e da allora è iniziata un’epoca di abbandono che si è protratta fino all’anno scorso.
L’istituzione era da decenni chiusa al pubblico, e versava in stato di degrado. La precarietà della custodia, secondo una stima del suo conservatore, padre Sandro Marsano, avrebbe portato negli anni alla sparizione di centinaia di volumi ed opere d’arte.
Direttore della biblioteca, dal 2011, divenne Marino Massimo De Caro, la cui nomina, da parte del ministro per i beni culturali, Lorenzo Ornaghi, suscitò qualche perplessità. Dopo una serie di articoli di denuncia firmati dallo storico dell’arte Tomaso Montanari, dell’Università Federico II, il professor Francesco Caglioti si fa promotore di una raccolta di firme, tra esponenti della cultura, al fine di sollecitarne la destituzione del De Caro da parte del ministero.
A seguito di questi eventi, il 19 aprile 2012 l’intero complesso bibliotecario viene posto sotto sequestro dai carabinieri e il direttore De Caro indagato. Le indagini portano al ritrovamento, in provincia di Verona, di un deposito contenente 240 volumi trafugati dalla biblioteca. Si acquisiscono le prove che molti altri volumi hanno già preso la strada della vendita all’estero, compresi i nomi di alcuni acquirenti residenti in Inghilterra, Giappone e Stati Uniti. Per questi ultimi, sono state avviate le procedure di recupero del materiale venduto illegalmente. Le indagini portano all’arresto del direttore De Caro e di Sandro Marsano, e a indagare nei confronti del senatore Marcello Dell’Utri e della sua collaboratrice Maria Grazia Cerone. Il 15 marzo 2013, Massimo De Caro viene condannato, con rito abbreviato, alla pena detentiva di sette anni e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Centomila volumi su 171 mila non catalogati, quattromila sono spariti. Alcuni battuti ad una asta a Monaco di Baviera, altri di valore inestimabile venduti tra i 5000 e i 50.000 euro: un vero e proprio saccheggio. Il senatore Dell’Utri, esperto bibliofilo, con l’aiuto del direttore De Caro, con la scusa di voler fare della biblioteca un museo ammirato in tutto il mondo, la svuota e la stravolge. Col la loro autorità costringono gli addetti alla biblioteca di mettersi da parte e di notte saccheggiano la biblioteca. I libri rubati finiscono con vari trucchi nelle mani di vari collezionisti, mentre al De Caro è attribuito il furto più grave e clamoroso: il “Sidereus Nuncius” del 1619 di Galileo Galilei.
Dalle prime indagini viene fuori che il De caro non aveva neppure i titoli per essere designato direttore di una biblioteca, e che aveva rapporti con Daniel Guido Pastore, coinvolto in indagini sui furti avvenuti nelle biblioteche di Madrid e Saragozza. Eppure, nonostante si trattasse di una istituzione statale, lui diventa direttore con l’appoggio di Sandro Marsano e della convalida del Ministero dei Beni Culturali, dove il senatore dell’Utri svolgeva il suo incarico sotto il governo Berlusconi. Dell’Utri, collaboratore di Berlusconi, è stato Deputato di Forza Italia dal 1996 al 2001, quando viene eletto Senatore della Repubblica e ricopre, tra le altre, la carica di Presidente della Commissione per la Biblioteca del Senato. Nel 2008 è stato ricandidato al Senato, ed eletto, nel PdL nonostante nel frattempo era stato condannato, seppure in primo grado, per concorso esterno in associazione di tipo mafioso. Il 25 marzo 2013 la terza sezione della corte di Appello di Palermo ha condannato Dell’Utri in secondo grado di giudizio con pena di 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. La sentenza considera Marcello Dell’Utri il l’intermediario tra la mafia e Silvio Berlusconi. Datosi alla latitanza poco prima che venisse spiccato nei suoi confronti un provvedimento di arresto, è stato rintracciato ed arrestato il 12 aprile 2014 a Beirut dalle forze dell’ordine libanesi dove è tuttora detenuto in attesa di estradizione.
Da tempo, grazie al nuovo responsabile Umberto Bile, la biblioteca è di nuovo aperta al pubblico e dopo aver rovistato in giro, in stanze chiuse da decenni, ha trovato reliquie di santi, sepolcri dimenticati, piviali del settecento ricamati a mano, alcune tele e perfino la colonna usata da Caravaggio per dipingere la “Flagellazione di cristo”. Curioso l’aver trovato i resti di un uomo che era alto due metri e trenta centimetri in questo posto che si trova a pochi passi dalla strada che si chiama “Vicolo del Gigante”. Tutto sarà fotografato, catalogato e restaurato se possibile. Una volta tanto una storia “quasi” a lieto fine.

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SINDROME DI NERONE

– RICERCA DEL POTERE –

Con il termine “sindrome di Nerone” si fa riferimento a quel fenomeno per cui le persone che hanno scommesso sull’arte per passare alla storia, e che falliscono,  laddove ne hanno possibilità,  ripiegano poi sulla gestione del potere, lasciando inattuato il loro sogno artistico.
Come dire che la frustrazione ad alti livelli genera mostri, perché tali individui, in gioventù, non hanno trovato quella platea plaudente che agognavano, seppur convinti che la meritavano.
Vi è qualcuno, come lo scrittore Enrico Buonanno, che col suo libro per l’appunto intitolato “la Sindrome di Nerone”, fa delle analogie che portano  alla seguente conclusione:
dietro ogni tiranno si celerebbe un artista fallito.

Il viaggio inizia proprio da Nerone che sperava di essere ricordato come un bravo drammaturgo, poeta o  attore, e che, invece, carente in tutti e tre i campi, è passato alla storia come uno degli  imperatori peggiori, più totalitario e autocompiaciuto di sempre.
Di Napoleone ricordiamo le numerose vittorie, ma molti dimenticano che da giovane lui scriveva orribili romanzetti e dialoghi.
Mussolini riuscì male nella poesia, nella narrativa e nelle tragedie
Hitler dipingeva quadri bruttissimi ed era stato ripetutamente bocciato all’Accademia imperiale nei primi del ‘900.
Goebbels, ministro della cultura del Reich, prima di fare bruciare tutti i libri, da giovane aveva tentato invano di pubblicarne qualcuno, scribacchiando insignificanti commedie.
Marx, prima della Rivoluzione,  cercò di imitare Shakespeare e Goethe, pubblicando misere raccolte di poesie, e bramando di diventare romanziere.
Che dire del mancato pianista Lenin o delle cantilene di Stalin che amava poesia e recitazione.
Ma le analogie continuano anche in tempi più moderni, basti ricordare i manuali di regia di Kim Jong che sognava di fare il regista, oppure, del criminale di guerra Karadžić, un altro poeta mancato.  Saddam pubblicava novelle beduine, mentre Gheddafi pubblicò un libro di raccontini intitolato “Fuga all’inferno”.
Forse,  questo potrà non corrispondere tutto a verità, ma queste affinità sorprendono e ci dovrebbero mettere in guardia contro i mediocri che, non ricevendo gli applausi, se li vanno a cercare altrove.

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