Biblioteca dei Girolamini

LADRI DI LIBRI: SCANDALO A NAPOLI

Biblioteca Girolamini

La Biblioteca dei Girolamini era una delle più preziose biblioteche di opere seicentesche italiane.
Tra reliquie di santi, tombe e capolavori dell’arte seicentesca, era una istituzione culturale statale di Napoli, dotata di un’importantissima raccolta libraria, nonché di un importantissimo archivio musicale operistico, ed essendo stata aperta al pubblico nel 1586, è la più antica di Napoli e seconda in Italia dopo quella Malatestiana di Cesena.
Da un punto di vista architettonico, fa parte del complesso della chiesa dei Girolamini che con i suoi 68 metri di lunghezza e i 28 metri di larghezza è tra i più grandi edifici di culto napoletani. La sua decorazione in oro, marmi e madreperla le valsero il titolo di “Domus aurea”; il suo interno presenta una concentrazione di opere di grande qualità di artisti sia napoletani che di estrazione toscana, emiliana e romana. Annesso vi è l’omonimo convento, sede della congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri, presso la quale i membri, detti “oratoriani” o “filippini”, si dedicavano alla santificazione delle anime mediante l’istruzione, la direzione spirituale, la predicazione e l’apostolato liturgico, in particolare tra i giovani, come era nella tradizione di Filippo Neri.
La biblioteca dei Girolamini custodiva più di 160 mila titoli, prevalentemente antichi, tra cui incunaboli e cinquecentine, (ovvero documenti stampati con la tecnologia dei caratteri mobili in voga tra la metà del XV secolo e l’anno 1500), numerosi manoscritti, di cui molti riguardanti composizioni e opere musicali dal XVI al XIX secolo. Il patrimonio comprendeva anche la collezione privata di Giuseppe Valletta con edizioni rare del XVI e XVII, con classici della letteratura greca e latina, storia e filosofia.
A causa del terremoto del 1980, i locali del convento e della biblioteca furono utilizzati come ricovero temporaneo per gli sfollati, e da allora è iniziata un’epoca di abbandono che si è protratta fino all’anno scorso.
L’istituzione era da decenni chiusa al pubblico, e versava in stato di degrado. La precarietà della custodia, secondo una stima del suo conservatore, padre Sandro Marsano, avrebbe portato negli anni alla sparizione di centinaia di volumi ed opere d’arte.
Direttore della biblioteca, dal 2011, divenne Marino Massimo De Caro, la cui nomina, da parte del ministro per i beni culturali, Lorenzo Ornaghi, suscitò qualche perplessità. Dopo una serie di articoli di denuncia firmati dallo storico dell’arte Tomaso Montanari, dell’Università Federico II, il professor Francesco Caglioti si fa promotore di una raccolta di firme, tra esponenti della cultura, al fine di sollecitarne la destituzione del De Caro da parte del ministero.
A seguito di questi eventi, il 19 aprile 2012 l’intero complesso bibliotecario viene posto sotto sequestro dai carabinieri e il direttore De Caro indagato. Le indagini portano al ritrovamento, in provincia di Verona, di un deposito contenente 240 volumi trafugati dalla biblioteca. Si acquisiscono le prove che molti altri volumi hanno già preso la strada della vendita all’estero, compresi i nomi di alcuni acquirenti residenti in Inghilterra, Giappone e Stati Uniti. Per questi ultimi, sono state avviate le procedure di recupero del materiale venduto illegalmente. Le indagini portano all’arresto del direttore De Caro e di Sandro Marsano, e a indagare nei confronti del senatore Marcello Dell’Utri e della sua collaboratrice Maria Grazia Cerone. Il 15 marzo 2013, Massimo De Caro viene condannato, con rito abbreviato, alla pena detentiva di sette anni e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Centomila volumi su 171 mila non catalogati, quattromila sono spariti. Alcuni battuti ad una asta a Monaco di Baviera, altri di valore inestimabile venduti tra i 5000 e i 50.000 euro: un vero e proprio saccheggio. Il senatore Dell’Utri, esperto bibliofilo, con l’aiuto del direttore De Caro, con la scusa di voler fare della biblioteca un museo ammirato in tutto il mondo, la svuota e la stravolge. Col la loro autorità costringono gli addetti alla biblioteca di mettersi da parte e di notte saccheggiano la biblioteca. I libri rubati finiscono con vari trucchi nelle mani di vari collezionisti, mentre al De Caro è attribuito il furto più grave e clamoroso: il “Sidereus Nuncius” del 1619 di Galileo Galilei.
Dalle prime indagini viene fuori che il De caro non aveva neppure i titoli per essere designato direttore di una biblioteca, e che aveva rapporti con Daniel Guido Pastore, coinvolto in indagini sui furti avvenuti nelle biblioteche di Madrid e Saragozza. Eppure, nonostante si trattasse di una istituzione statale, lui diventa direttore con l’appoggio di Sandro Marsano e della convalida del Ministero dei Beni Culturali, dove il senatore dell’Utri svolgeva il suo incarico sotto il governo Berlusconi. Dell’Utri, collaboratore di Berlusconi, è stato Deputato di Forza Italia dal 1996 al 2001, quando viene eletto Senatore della Repubblica e ricopre, tra le altre, la carica di Presidente della Commissione per la Biblioteca del Senato. Nel 2008 è stato ricandidato al Senato, ed eletto, nel PdL nonostante nel frattempo era stato condannato, seppure in primo grado, per concorso esterno in associazione di tipo mafioso. Il 25 marzo 2013 la terza sezione della corte di Appello di Palermo ha condannato Dell’Utri in secondo grado di giudizio con pena di 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. La sentenza considera Marcello Dell’Utri il l’intermediario tra la mafia e Silvio Berlusconi. Datosi alla latitanza poco prima che venisse spiccato nei suoi confronti un provvedimento di arresto, è stato rintracciato ed arrestato il 12 aprile 2014 a Beirut dalle forze dell’ordine libanesi dove è tuttora detenuto in attesa di estradizione.
Da tempo, grazie al nuovo responsabile Umberto Bile, la biblioteca è di nuovo aperta al pubblico e dopo aver rovistato in giro, in stanze chiuse da decenni, ha trovato reliquie di santi, sepolcri dimenticati, piviali del settecento ricamati a mano, alcune tele e perfino la colonna usata da Caravaggio per dipingere la “Flagellazione di cristo”. Curioso l’aver trovato i resti di un uomo che era alto due metri e trenta centimetri in questo posto che si trova a pochi passi dalla strada che si chiama “Vicolo del Gigante”. Tutto sarà fotografato, catalogato e restaurato se possibile. Una volta tanto una storia “quasi” a lieto fine.

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SINDROME DI NERONE

– RICERCA DEL POTERE –

Con il termine “sindrome di Nerone” si fa riferimento a quel fenomeno per cui le persone che hanno scommesso sull’arte per passare alla storia, e che falliscono,  laddove ne hanno possibilità,  ripiegano poi sulla gestione del potere, lasciando inattuato il loro sogno artistico.
Come dire che la frustrazione ad alti livelli genera mostri, perché tali individui, in gioventù, non hanno trovato quella platea plaudente che agognavano, seppur convinti che la meritavano.
Vi è qualcuno, come lo scrittore Enrico Buonanno, che col suo libro per l’appunto intitolato “la Sindrome di Nerone”, fa delle analogie che portano  alla seguente conclusione:
dietro ogni tiranno si celerebbe un artista fallito.

Il viaggio inizia proprio da Nerone che sperava di essere ricordato come un bravo drammaturgo, poeta o  attore, e che, invece, carente in tutti e tre i campi, è passato alla storia come uno degli  imperatori peggiori, più totalitario e autocompiaciuto di sempre.
Di Napoleone ricordiamo le numerose vittorie, ma molti dimenticano che da giovane lui scriveva orribili romanzetti e dialoghi.
Mussolini riuscì male nella poesia, nella narrativa e nelle tragedie
Hitler dipingeva quadri bruttissimi ed era stato ripetutamente bocciato all’Accademia imperiale nei primi del ‘900.
Goebbels, ministro della cultura del Reich, prima di fare bruciare tutti i libri, da giovane aveva tentato invano di pubblicarne qualcuno, scribacchiando insignificanti commedie.
Marx, prima della Rivoluzione,  cercò di imitare Shakespeare e Goethe, pubblicando misere raccolte di poesie, e bramando di diventare romanziere.
Che dire del mancato pianista Lenin o delle cantilene di Stalin che amava poesia e recitazione.
Ma le analogie continuano anche in tempi più moderni, basti ricordare i manuali di regia di Kim Jong che sognava di fare il regista, oppure, del criminale di guerra Karadžić, un altro poeta mancato.  Saddam pubblicava novelle beduine, mentre Gheddafi pubblicò un libro di raccontini intitolato “Fuga all’inferno”.
Forse,  questo potrà non corrispondere tutto a verità, ma queste affinità sorprendono e ci dovrebbero mettere in guardia contro i mediocri che, non ricevendo gli applausi, se li vanno a cercare altrove.

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LE CASTE

-IL VERO POTERE –

L’Italia è una Repubblica democratica o almeno così è scritto e così dovrebbe in pratica essere, ma ahimè, considerato quello che succede, spesso non è così.
Non sembra o alcuni non lo sanno,  ma l’Italia è manovrata e gestita da poche migliaia di persone. Persone che appartengono a delle caste (lobby) che da sempre hanno potere decisionale e che agiscono nell’ombra.
Sebbene all’apparenza sembra che il potere pubblico venga esercitato dal governo con i suoi ministri, dai partiti politici ed i loro esponenti,  il potere viene in realtà  guidato, in maniera subdola e indiretta, dalle caste o super caste.  Caste composte da direttori generali dei Ministeri, presidenti e consiglieri di amministrazioni statali e parastatali, membri di authority,  e da grandi società economiche. Da sempre, queste caste, insieme ad altre lobby, come quelle dei magistrati, dei medici, dei notai, così come la Confindustria, riescono ad influenzare le decisioni politiche senza esporsi in prima persona. Quindi in Italia, il vero potere sta nelle mani di queste persone che, ovviamente, tirano acqua al proprio mulino, infischiandosene dell’Italia e del popolo italiano. Sono loro i veri  factotum della concreta attività di governo, a loro la decisione ultima se una legge deve passare o in che maniera deve essere variata, da cui dipendono gli orientamenti  strategici, che decidono sui grandi appalti,  in grado di bloccare le iniziative di qualunque potere o di scegliere chi  deve occupare un posto rilevante. Questa super casta è coesa e interattiva così come non lo sono i politici italiani i quali, evidentemente, la  temono e diventano dei  burattini.  Sono loro e i veri padroni della politica Italiana (dell’Italia?) che la gestiscono in tutta riservatezza. Tutti gli altri, dai lavoratori ai  pensionati, dai piccoli commercianti ai sindacati, non hanno voce in capitolo e le loro proteste o rivendicazioni lasciano il tempo che trovano.
L’assurdo è che molte persone credono che andare al voto, per cambiare governo, possa ancora servire a qualcosa.

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SEDILI DI NAPOLI

Istituzioni Amministrative di Napoli

Dal XIII al XIX secolo, a Napoli, erano in vigore i Sedili (detti Seggi o Piazze) erano delle istituzioni amministrative della città i cui rappresentanti, detti Eletti, si riunivano nel convento di San Lorenzo per prendere delle decisioni sull’amministrazione civile per il bene comune della Città. Ai primi sei Sedili partecipavano solo i nobili, mentre il resto dei cittadini era aggregato nel settimo seggio, quello del popolo.
I sedili si estinsero nel 1800 in seguito ad un editto del re Ferdinando IV di Borbone che ne abolì le funzioni unitamente al Tribunale di San Lorenzo. Nel 1808, dopo le riforme di Gioacchino Murat, le funzioni e le competenze dei Sedili furono trasferite all’istituenda Municipalità cittadina (Municipio), con l’elezione del primo Sindaco.

NOME

STORIA

SEDE

STEMMA

Capuana

(Capoana)

Il nome deriva dall’allora influente famiglia Capuana.

Via Tribunali

Montagna

Così chiamato perché situato nella parte più alta della città.

Via Tribunali

Forcella

Fa riferimento all’emblema a forma di Y della scuola di Pitagora, allora presente nella zona. Il motto del Seggio era: “Ad bene agendum sumus” (Siamo nati per fare il bene). Seggio che fu poi accorpato al Montagna.

Via Forcella

Nilo

(Nido)

Chiamato così per la presenza della statua del Fiume Nilo e in memoria dei commercianti Alessandrini che ivi abitavano.

Piazzetta Nilo

Porto

Così chiamato perché si trovava vicino all’antico porto di Napoli.

Via Mezzocannone

Portanova

Durante il periodo greco, le mura di cinta della città furono allargate e fu costruita una Porta Nuova nelle vicinanze del mare, da cui deriva il nome di questo seggio.

Piazza Portanova

Popolo

Rappresentava il popolo i cui rappresentanti, scelti quasi sempre tra la classe media (medici, giuristi, notai, letterati, commercianti, etc.), potevano solo riferire delle lamentele del popolo.

Largo della Selleria (attuale Piazza Nicola Amore)

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ERASMUS

NAPOLI VISTA DA UNO STUDENTE STRANIERO

Voglio condividere con voi le parole ed il video di un ragazzo che, grazie al progetto Erasmus, ha trascorso alcuni mesi qui a Napoli.

Per coloro che non lo sapessero, il progetto Erasmus (European Region Action Scheme for the Mobility of University Students), nasce nel 1987 per opera della Comunità Europea e da la possibilità ad uno studente universitario europeo di effettuare in una università straniera un periodo di studio legalmente riconosciuto dalla propria università. Il nome del programma deriva dall’umanista e teologo olandese Erasmo da Rotterdam (XV secolo): egli viaggiò diversi anni in tutta Europa per comprenderne le differenti culture. Attualmente più di 4.000 istituzioni universitarie di 31 paesi aderiscono al progetto e, fino al 2009, all’interno della Comunità europea, sono stati più di 2,2 milioni gli studenti che hanno partecipato a questa iniziativa.

Non ha importanza la nazione dalla quale questo studente proviene e, sebbene non conosco quali informazioni, che descrivevano in così male modo la nostra città, lui ha trovato e letto sul web prima di venire qui, non credo ci sia bisogno di aggiungere altro, a parte dirgli: “Grazie a te e ritorna presto a visitare Napoli”.

 << Ricordo quel giorno come se fosse ieri. Ero a Bilbao quando ricevetti la notizia di essere stato selezionato per una borsa di studio nel progetto Erasmus. Velocemente andai su internet e digitai la parola Napoli. Oh mamma mia! Non poteva essere vero quello che stavo leggendo! Mi stavo per trasferire direttamente nel posto peggiore del pianeta? Non potevo credere alle cose che erano scritte sulle prime pagine che trovava su internet, ma, per fortuna, sono abbastanza curioso e proseguii la lettura, fino ad arrivare ad un punto dove le storie brutte si trasformavano nelle belle storie delle persone che avevano vissuto a Napoli e che avevano potuto scoprire il cuore della città. Si può dire che da quel momento ho avuto il desiderio di diventare parte di quelle persone.  Sono arrivato il 21 settembre e dal primo momento mi sono trovato davvero bene. Ricordo il mio percorso da Piazza Garibaldi, dove sono sceso dall´Alibus, proseguendo poi attraverso il colorato Corso Umberto I, girando a destra verso la lunga Via Duomo, mentre mi lasciavo alle spalle il mare, fino ad arrivare  alla mia strada, via della Anticaglia. Buttai la valigia sopra il letto e così iniziarono i miei primi giorni, le prime pizze, le prime birre e i primi conoscenti che poi sarebbero diventati i primi amici. È incredibile come la città e i cittadini ti aprono le porte del loro cuore appena arrivato a Via dei Tribunali. Si dice che quando uno va al Sud pianga due volte, una quando arriva e l´altra quando se ne va. Può essere la verità, ma nel mio caso ciò si verificò piuttosto tra l’arrivo e la partenza. Alcune delle emozioni più intense della mia vita, infatti, le ho vissute nel periodo in cui ho abitato in città. Sono tante le cose che ho imparato lì e non potrei raccontarle tutte. Abitavo nel centro storico, un posto che ogni giorno è pieno di vita. Un posto dove all’inizio era impossibile dormire dopo le sette della mattina per il rumore dei motorini che suonavano il clacson all’arrivo di qualunque incrocio, anche se, dopo un pò, ti abitui.
Un posto dove si possono trovare: dai libri usati a Port’Alba agli strumenti musicali in Via San Sebastiano, dai Café carini a Piazza Bellini ai migliori dolci a Piazza Domenico Maggiore… E, soprattutto, la cosa più grande che ci si può trovare, quella che mi fa venire la nostalgia, è l´alba vista da via San Biagio dei Librai, con il sole che attraversa Spaccanapoli da Forcella a Montesanto.
Non esiste una città uguale al mondo, io la chiamavo e ancora la chiamo, Napoli, la città dove tutto è possibile. Penso che sia una città piena di rumori e musiche che si sentono da quando ci si sveglia sino quando si va a dormire. Una città di quelle di cui non si devi parlare prima di andarci, una città che deve essere scoperta da ognuno senza nessun tipo di pregiudizio; e così e solo così si può sentire quello che sentono i napoletani, un vero amore per le cose semplici che non sono altro che le cose che ti portano la felicità nel modo più facile che esiste, prendendo il caffè con tuo figlio, bevendo una birra in piazza con i tuoi amici, o mangiando un taglio di pizza con tuo padre come hai fatto da tanti anni fa…
Alla fine, vivendo in un modo particolare come solo i Napoletani sanno vivere. Per questo, non c’è un giorno in cui non mi ricordi il caffè della piccola “Morenita”, l´odore della pasta pronta a casa, delle Peroni, della mozzarella di bufala, della sfogliatella, dei mezzi pubblici che funzionano in quel modo particolare, dell´ordine dentro il disordine. Soprattutto, sento la mancanza della mia casa e di quelle persone che ho conosciuto e di cui ho ancora nostalgia. Una nostalgia che a volte mi trasporta di nuovo fino a Castel Sant´Elmo, da dove guardavo quei tramonti con il sole che spariva dietro Pozzuoli. Mi manca Napoli…
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