TRADIZIONI PASQUALI

 -TEMPI PASSATI –
IL CASATIELLO

Pasqua.
Oltre a fare gli auguri a tutti voi, colgo l’occasione per raccontarvi alcuni ricordi che questi giorni che precedono la Santa Pasqua mi riportano alla mente.
A quei tempi io ero poco più di un bambino, e spesso il Venerdì Santo la nonna mi veniva a prendere per farmi trascorrere un paio di giorni a casa sua.
La nonna “mmaculatina”, così come le persone la chiamavano (Immacolata, che Dio l’abbia in gloria), in quei giorni non andava a lavoro, e sapendo che a me piaceva stare con lei, veniva a casa nostra a prendermi, e a volte portava anche mia sorella. Lei amava i suoi nipoti, ed io all’epoca ero il nipote più piccolo, e sebbene lei vivesse col nonno, tra lavoro e impegni passavo poco tempo a casa. Erano anni che il nonno stava già in pensione, avendo fatto il postino si era ammalato di bronchite e di artrosi e trascorreva tutti i giorni a casa. Aveva il suo proprio lettino con un comodino su cui non doveva mai mancare un bicchiere di vino e la sua radiolina. Un uomo di poche parole che trascorreva le sue giornate, passeggiando lentamente per la casa, seduto sul letto a sorseggiare il vino, a fumare ed ascoltare musica lirica dalla radio.

Si trattava di un vecchio palazzo dove si accedeva alle case, sui diversi piani, tramite balconate che all’interno del palazzo giravano tutte intorno al perimetro della costruzione. Le abitazioni non erano molto grandi, entrando si accedeva direttamente al primo ambiente che in genere era il soggiorno e dove il nonno si era creato il suo angolino. Sulla destra si accedeva ad una piccola cucina con una piccola finestra che dava sul ballatoio e dove c’era anche un piccolissimo bagno formato semplicemente dal WC e da un lavandino. Oltre il soggiorno si accedeva alla stanza da letto della nonna che aveva un piccolo balcone che affacciava sulla strada sottostante. Noi dormivamo nel letto matrimoniale insieme alla nonna e ricordo ancora le sue risate quando raccontava ai parenti che io a volte mi addormentavo toccandole il seno e poggiando la mia testa sul suo petto. Io volevo bene alla nonna e si trattava solo del bisogno di istinti materni da parte di un bambino che, come me, non aveva evidentemente ricevuto abbastanza coccole dalla propria mamma. La nonna “Immacolatina” era buona, solare, allegra oltre che una santa donna che aveva dedicato la sua vita al lavoro in fabbrica dove era diventata la “maestra”, come la chiamavano lì, ovvero la capo reparto. I suoi rapporti col nonno non erano eccellenti, trovandosi da tempo ad essere trattata più da infermiere che da moglie, Anni '20. La nonna da giovanee lei era contenta di avere qualcuno in casa con cui chiacchierare e passare il tempo.

Come consueto, il Venerdì Santo è il giorno in cui tutti i napoletani si dedicano alla preparazione del “casatiello”, detto anche “tortano”, il tipico rustico (torta salata) della tradizione napoletana. Ed anche la nonna lo preparava il Venerdì pomeriggio per farlo lievitare tutto il giorno e portarlo poi di sera dal fornaio per la cottura. A quei tempi era usanza fare cuocere il casatiello dai fornai del pane perché non tutti avevano forni potenti come i panettieri che lo cuocevano in modo ottimale. Non c’era zona o quartiere che non avesse qualche fornaio nei dintorni. Chiunque avesse passeggiate nei vicoli di Napoli durante il Venerdì ed il Sabato Santo, avrebbe sentito nell’aria il profumo quasi stagnante dei “casatielli”, che venivano cotti nelle case o dai fornai.
Come dimenticare quell’odore, che diventava tutt’uno con quei giorni di festa e che li rappresentava. Per questo a Napoli, ancora oggi, dire Pasqua equivale a dire casatiello e viceversa.

A quei tempi a causa dell’enorme lavoro da svolgere, tra il Giovedì ed il Sabato, i fornai lavoravano ininterrottamente giorno e notte. Per questo si poteva andare da uno di loro a qualsiasi ora del giorno o della notte, per dare in consegna il proprio casatiello o per ritirarlo.
Il fornaio dal quale andava la nonna si trovava a pochi isolati dalla casa, un enorme e vecchio portone di legno sempre aperto per l’occasione, a terra messi e accatastasti l’uno sopra l’altro, centinaia di “ruoti” (teglia) di alluminio. Davvero spettacolare!
A quel tempo non tutti avevano il “ruoto” col buco in mezzo, che dà al casatiello la classica forma a ciambella, e la maggior parte dei contenitori portava un bicchiere o una tazza (di vetro o di ferro) al centro, intorno al quale la pasta era poi cresciuta inglobandolo.     Io e la Nonna

Attraversato l’antro dell’ingresso, si accedeva al cortile del palazzo dove ai lati era accatastata la legna per i forni, pale, sacchi, secchi e altri oggetti. Oltre all’odore dei casatielli, talmente forte qui da diventare acre, si sentiva anche l’odore della farina che la si ritrovava ovunque, a terra, sui muri, sugli oggetti, tutto era imbiancato con un pò di farina!
Entrati nelle stanze dei forni, il caldo diventava quasi insopportabile. Dappertutto vi erano palchi fatti con tavole di ponte, su cui venivano posti uno a fianco all’altro i casatielli già cotti.
Qui, il casatiello non era più bianco come quelli incontrati all’ingresso, ma color della scorza di pane nelle sue varie sfumature dorate. Ne trovavi di svariate misure e forme, con quelli con le uova al di sopra con due fettucce di pasta incrociate ad X sopra, quelli senza uova o quelli dove l’uovo faceva appena capolino dalla crosta dorata. Non potevi non rimanere incantato a vedere quelle scene, e specie per un bambino come me.

Gente che andava e veniva, con quelli che stavano portando il loro casatiello e quelli che lo andavano a ritirare, e tutti gli operai ognuno col suo compito. Per l’occasione vi erano più persone al lavoro e uno di loro si avvicinò alla nonna e dopo aver preso due targhette di alluminio da un enorme cesto, ne diede una alla nonna e l’altra l’attaccò con del sottile fil di ferro al manico della teglia. L’addetto chiese se il casatiello era già cresciuto e lo mise sopra agli altri che erano in attesa di cottura. Probabilmente, da qualche altra parte vi erano quelli che abbisognavano di lievitare maggiormente prima di essere cotti.

Su quelle placchette di metallo era impresso un numero che da quel momento in poi avrebbe contraddistinto il nostro “casatiello”. Dopo la cottura i casatielli venivano posti su quelle tavole in un grossolano ordine numerico, rappresentato dal numero che gli era stato attaccato vicino, così da poter “rintracciarlo” quando il proprietario sarebbe ritornato a prenderlo. Difatti, per ritirare il “casatiello” dovevi consegnare il numero di metallo che ti era stato dato in consegna e l’addetto cominciava a girare tra le tavole di ponte per cercarlo.
Pagavi, avvolgevi il contenitore in un panno, e ritornavi felice a casa col tuo casatiello pronto per essere mangiato.
Cose d’altri tempi, quando tutto era più semplice e alla buona!

casatiello

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