THE DARK SIDE OF THE MOON

IL LATO OSCURO DELLA LUNA – PINK FLOYD –
QUELLO CHE NON SAPETE SU QUESTO ALBUM

The dark side of the Moon

Era il 1 marzo 1973, quando Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason fecero uscire negli Stati Uniti questo rivoluzionario album, ricco di sperimentazioni sonore e compositive che contribuirono a farlo diventare un punto di riferimento.
Registrato nei famosi Abbey Road Studios di Londra, il disco venne realizzato attraverso tecniche fra le più avanzate dell’epoca: sintetizzatori analogici, loop, registrazioni multitraccia.
The dark side of the Moon dei Pink Floyd, (il cui titolo doveva essere A Piece for Assorted Lunatics), il disco più popolare e venduto della storia della musica: 50 milioni di copie vendute, questo mese compie 40 anni.
“Il lato oscuro della luna” fu un disco che ascoltammo tutto d’un fiato, derivato dall’ossessione di quattro musicisti alla ricerca della perfezione e che creano un disco perfetto, sebbene un po’ freddo, ma che dopo tanti anni si riascolta volentieri mantenendo inalterato il suo fascino.
Una scelta strategica, un album più “commerciale” perché in quel periodo il progressive era al tramonto e gli stessi Pink Floyd stavano diventando fuori moda. Dopo la fase psichedelica di Syd Barrett e quella della sperimentazione sfrenata (che ha il suo apice in Echoes), inizia la fase centrale della storia dei Pink Floyd, quella dei concept albums e della perfezione formale, in cui confluiscono tutti i folli esperimenti musicali della loro carriera pregressa e che vede sorgere il genio paranoico di Roger Waters, che presto diventerà il leader indiscusso con Animals prima e con  The Wall poi.
The dark side of the moon è un concept album ancora aperto alla psichedelia, al progressive e con alcuni vezzi sperimentali col quale il gruppo sviluppa il tema della vita, con le cinque tracce di ognuno dei due lati che rappresentano i vari stadi della vita umana, in cui tra l’altro parlano di avarizia, invecchiamento, morte e infermità mentale
Molti critici attribuiscono al titolo dell’album (con la Luna intesa come la mente dell’uomo o il suo lato oscuro) un nesso maggiore con la follia umana, in un mondo dove l’uomo figura come l’elemento che rovina la perfetta coesione dell’ambiente in cui vive.

pink floyd

Ma partiamo dal lato A, quello che dovrebbe essere quello “illuminato” e non oscuro. Si inizia con Speak to me che riflette l’origine dell’esistenza con il suono del battito del cuore, con cui si conclude anche la traccia finale di Eclipse, e dove i suoni, sempre più ossessivi, terminano in un crescendo con delle urla (attribuibili simbolicamente tanto a un pazzo quanto a una madre nel momento del parto). Viene così introdotta Breathe, respiro (ripreso anche alla fine di Time e di Any Colours You Like), che rappresenta la nascita di un ipotetico protagonista del disco o di un qualsiasi ascoltatore. Questi due brani pongono un accento sugli elementi mondani e futili della vita, che accompagnano la sempre presente minaccia della pazzia, con l’importanza per ognuno di vivere la propria esistenza.
– «Non temere di preoccuparti» –
Inaspettatamente poi inizia On The Run, che sembri lasci in sospeso il pezzo precedente e vuole rappresentare la fretta che caratterizza la vita dell’essere umano,  evocando lo stress e l’ansia provocati dal settore dei trasporti, con particolare riferimento alla paura di volare di Wright. Segue Time, di classica impostazione rock, introdotta dal suono degli orologi e che ribadisce il concetto della vita che passa velocissima, ammonendo coloro che sprecano tempo: si parte giovani pieni di tempo da perdere e, senza neanche accorgersene, ci si ritrova vecchi con molte cose irrisolte alle spalle e poco tempo rimasto da vivere.
And then one day you find | Ten years have got behind you | No one told you when to run | You missed the starting gun“.
(Ed un giorno ti ritrovi | dieci anni alle spalle | Nessuno ti ha detto quando iniziare a correre | ti sei perso il segnale di partenza).
Cose irrisolte che vengono ribadite dalla ripresa di Breathe, interrotto dalla “fretta” di On The Run e che qui trova la sua fine.
Segue The Great Gig In The Sky, che chiude il lato A e che rappresenta una profonda metafora della morte, il cui sarcasmo di Roger Waters viene palesato dalla presenza di alcune voci, risatine e citazioni di Heidegger in background. Si tratta della voce dello staff tecnico che rispondeva ad alcune domande, sotto forma di aforismi filosofici attinenti al tema dell’album, come <<Qual è l’ultima volta in cui sei stato violento?avevi ragione?…. Hai paura di morire?», che Roger gli aveva consegnato su dei fogliettini. In questa favolosa melodia del povero Rick Wright, fu presa Clare Torry come voce femminile, che, messa davanti al microfono, gli fu detto di improvvisare. Lei inventò e il suo canto sembra un orgasmo che vola sulle note di Wright. Alla vocalist i 4 dei Pink Floyd diedero 35 sterline, ma lei anni dopo farà causa, chiedendo (e ottenendo) di essere riconosciuta come coautrice del brano, il che le assicurerà una serena vecchiaia.
I am not frightened of dying, any time will do, I don’t mind. Why should I be frightened of dying? There’s no reason for it, you’ve gotta go sometime“.
(Non ho paura di morire, in qualunque momento andrà bene, non mi importa. Perché dovrei aver paura di morire? Non ce n’è ragione, prima o poi devi andartene).
Sul lato B, il vero lato oscuro della luna, i 5 brani sono incastrati senza nessuna pausa, in un inarrestabile crescendo partendo da Money, un brano jazzato il cui ritmo nasce dal suono di un registratore di cassa. Si parla di soldi, parte materiale dell’esistenza, ironizzando su avarizia e consumismo.
Money, so they say | Is the root of all evil today.| But if you ask for a raise it’s no surprise that they’re | giving none away“.
(Il denaro, così dicono | è la radice di tutto il male di oggi. Ma se chiedi un aumento non sorprenderti che non te ne diano neanche un po’).
Un’altra serie di voci campionate introducono al tema dell’alienazione della società col brano che ha reso l’album il capolavoro musicale e che è: Us And Them che parla dell’etnocentrismo. Questo brano non fa in tempo a finire che inizia Any Colours You Like, in modo simile a come accade sul lato A, e anche qui si tratta di un brano strumentale, ma questa volta meno elettronico che le tastiere rendono più psichedelico. (Sembra che il titolo di questo brano sia stato preso da una frase di Henry Ford quando nel 1908 pubblicizzava il suo model T). Dopo l’alienazione e prima della follia totale, un ultimo ricordo della vita con la ripresa di un brevissimo Breathe dopo il quale inizia Brain Damage. Brano che ci porta nei meandri della pazzia più pura, come il risultato del porre la fama e il successo in cima alla lista delle necessità di un individuo (riferendosi palesemente allo stato mentale del compagno Syd Barrett  allontanato dal gruppo perché faceva uso di Lsd).
I’ll see you on the dark side of the moon“. (Ci incontreremo sul lato oscuro della luna).
Dopo di che esplode la decima ed ultima traccia, Eclipse, brano che è la prosecuzione, dal punto di vista melodico, della traccia precedente e che termina dicendo:  “All that is now / All that is gone / All that’s to come / And everything under the sun is in tune / But the sun is eclipsed by the moon”.
Il brano funge anche da chiave di lettura di tutto il concept album significando che: “Tutto ciò che fai, tutto ciò che ti circonda sotto il Sole è in sintonia, ma il Sole è eclissato dalla Luna.” Difatti, un’ultima e quasi impercettibile voce, come se venisse da lontano, a pochi secondi dal termine dell’album, recita: “There is no dark side of the moon, really. Matter of fact it’s all dark”.
Come a dire: non tutto è come sembra: infatti il lato visibile della Luna sembra brillare di luce propria mentre in realtà “tutta la Luna è scura”.
La frase fu pronunciata dal portinaio dei celeberrimi studi londinesi di Abbey Road e chiude The Dark Side Of The Moon.

Le ultime note. La prima riguarda le più recenti copie su CD dell’album, sulle quali è udibile una versione orchestrale di Ticket to Ride dei Beatles, durante le battute finali dell’album. Non se ne conosce ufficialmente il motivo e mentre qualcuno afferma che è il risultato di un errore di rimasterizzazione (poiché non era presente nelle prime versioni in vinile), per altri è un messaggio in codice che potrebbe far riferimento alla scomparsa di Paul McCartney del 1966. La seconda, riguarda la famosa copertina dell’album. I membri della band la scelsero in quattro e quattr’otto in mezzo alle altre 6 proposte dal designer Storm Thorgerson, che le portò gli schizzi all’Abbey Road mentre loro stavano registrando. Al di là di tutte le spiegazioni possibili, fu scelta d’istinto senza alcuna motivazione precisa.

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