GABRIELE D’ANNUNZIO

Il Satiriaco D’Annunzio
Amante eccezionale o precursore del perverso?

Gabriele d’Annunzio (1863–1938), soprannominato il Vate cioè “il profeta”, divenne il simbolo del Decadentismo italiano. Oltre ad essere noto come scrittore, poeta, politico e giornalista, divenne famoso anche per le sue particolari abitudini sessuali.
Porco alato e geniale”, si definiva lui, “Genio e sregolatezza” lo descrissero i biografi.
Tra gli aspetti del decadentismo dannunziano vi è l’estetismo artistico, ovvero l’arte concepita come Bellezza che è al di sopra di tutto; l’estetismo pratico, secondo cui anche la vita deve essere realizzata in assoluta libertà, al di fuori e al di sopra di ogni legge e di ogni freno morale; il panismo, ossia la tendenza ad abbandonarsi alla vita dei sensi e dell’istinto; ed, infine l’uomo come  “Superuomo”, il dominatore di un mondo al di là del bene e del male, dove l’istinto è la sola verità, dove la morale è una menzogna, e dove l’uomo avvicinandosi alla belva supera l’uomo, oltrepassando l’umano e diventando eroe, e liberandosi di quell’etica che vieta la lussuria, può osare tutto ciò che dona piacere. Una descrizione che si avvicinava D'Annunzio a 10 annimolto all’aberrante “Superuomo” concepito dal Nietzsche.

Già da giovane d’Annunzio non tardò a manifestare un carattere ambizioso e privo di complessi e inibizioni e, difatti, a sedici anni ebbe già la sua prima esperienza sessuale. A Firenze, durante una gita scolastica, egli eluse la sorveglianza del bidello e grazie ad un orologio d’oro, regalatogli dal nonno, pagò una prostituta per farci sesso.
Nel 1881 si trasferì a Roma per continuare gli studi all’università e proteso alla conquista della notorietà e della gloria frequentò gli ambienti mondani dei salotti romani, cominciando ad apprezzare la vita sontuosa e scandalosa della ricca borghesia, che lo portarono ad abbandonare gli studi. Tra avventure e storie di amore comincerà a procurarsi e procurare emozioni e piaceri, che spesso violavano i valori morali ma che in quell’ambiente, fatto di trasgressioni e cocaina, trovarono terreno fertile, e che in breve lo portarono a diventare un “superman del sesso”, sogno segreto di molte donne.
Secondo alcuni biografi le sue amanti certe sarebbero state centocinquanta. Mezzo migliaio per alcuni e addirittura quattromila secondo altri.
Di certo, lui non amò davvero queste donne, tranne forse, un po’, Maria Hardouin ed Eleonora Duse.  Maria Hardouin era figlia dei duchi di Gallese e D’Annunzio la sposò a 20 anni nel 1883, probabilmente per motivi di interesse e perché di nobile rango. Si erano conosciuti un paio di anni prima e fu subito “amore” ma, nonostante minorenne, durante una passeggiata d’Annunzio la portò in un boschetto della periferia romana e la sverginò. Tra la raccolta di poesie “Intermezzo di rime”, figura anche il “Peccato di maggio”, nella quale lo scrittore descrive in dettaglio quello che accadde in quel boschetto. La duchessina restò subito incinta e fu scandalo. Il duca Giulio, furente, pose il veto alle nozze e denunciò d’Annunzio per corruzione di minorenne, nonostante sua moglie, la madre di Maria, invocava un matrimonio riparatore. Per tutta risposta, i due innamorati fuggirono insieme e si sposarono in tutta fretta, ma senza il consenso del duca padre, il quale non volle più vedere né la figlia né il genero. Un matrimonio che durerà molto ma risulterà infelice per la giovane signora D’Annunzio, nonostante da questa unione nacquero tre bambini. “Il mio carissimo Gabriele era un marito fisicamente incapace di essere fedele”, confesserà la duchessa con amarezza quando più tardi, dopo il terzo figlio, si separerà da lui. Difatti, la nuova serie di amanti post-matrimonio iniziò da subito con la giornalista romana Olga Ossani, a cui seguì Elvira Natalia Maria Hardouin Fraternali, moglie separata del conte Ercole Leoni, sebbene lo scrittore non si sottraeva al suo “dovere” coniugale.
Già dopo questo primo scorcio di vita si può delineare un profilo “sessuale” dell’artista. Il fatto che il giovane d’Annunzio, proveniente da una famiglia borghese e senza grandi risorse finanziarie, aveva da subito avuto successo tra le nobildonne dell’alta borghesia, può trovare una logica spiegazione solo presupponendo che lui avesse delle “doti” sessuali fuori dal comune. Di certo, a quei tempi non mancavano intellettuali passionali o uomini focosi che ci sapevano fare a letto, pertanto lui doveva avere un “quid” in più che, dal punto di vista sessuale, può solo tradursi con l’essere “ben equipaggiato” o l’avere una forte libico, ed il fatto che a 16 anni ebbe il coraggio e la voglia di andare con una puttana, lo lascia ben intendere. Sebbene non si hanno notizie in merito, l’espressione “fisicamente” usata dalla moglie sottolinea, di fatto, una dote fisica, oppure prestazioni sessuali fuori dal comune, come possono esserlo amplessi di notevole durata.
Nel frattempo, si preparavano giorni duri anche per la nuova amante Leoni-Barbarella perché il “sommo vate” aveva già messo gli occhi sulla principessa siciliana Maria Gravina Cruyllas di Ramacca, che lui definì una “erotica ninfomane”. Dovettero formare una coppia davvero “assetata di sesso”, come lui stesso era stato definito. In un tormentatissimo rapporto durato tre anni, la principessa siciliana mise al mondo due bambini, figli di Ariel (soprannome usato in “privato” dal Vate), ma lui riconobbe solo il primo. Era il 1895 quando inizia la relazione con la famosa attrice Eleonora Duse, che reduce da rapporti finiti male, cercava l’amore e si illuse di averlo trovato con il suo Ariel. E quella illusione d’amore le costerà molto cara, e non soltanto per il denaro che l’adoratissimo compagno le scippò con l’inganno e raggiri da truffatore incallito, ma perché mentre lei sacrificava il suo prestigio esponendosi ai fischi del pubblico, lui nel frattempo se la spassava con una nuova compagna di letto, la giovanissima attrice Giulietta Gordigiani. Attrice giovane e bella ma non agiata, e per questo non adatta a lui che aveva bisogno di donne ricchissime da spennare. “Gli perdono di Eleonora Duseavermi sfruttata, rovinata, umiliata. Gli perdono tutto, perché ho amato”, scrisse la Duse congedandosi definitivamente da lui. 

Da lì a poco d’Annunzio trovò l’amante che faceva al caso suo, Alessandra Starabba di Rudinì, ventottenne bella e ricca, vedova del marchese Carlotti. I biografi dicono che, in tre anni di convivenza, il grande imbonitore D‘Annunzio spillò alla marchesa di Rudinì somme superiori dieci volte a quelle che aveva spillato in nove anni alla Duse.
Inoltre, gli ultimi due anni furono tristissimi per la marchesa perché si ammalò, ma il padrone di casa aveva già una nuova amante con cui sfogare le sue inesauribili voglie, la contessa Giuseppina Mancini. Ma più tardi, non riuscendo più a fronteggiare l’esercito dei creditori, d’Annunzio decise che era ora di cambiare aria e si trasferì da solo a Parigi. Il grande seduttore aveva già scelto l’amante giusta che gli serviva per vivere e lavorare serenamente a Parigi senza l’assillo di creditori, era la contessa russa (francese d’adozione) Natalia de Goloubeff, 27 anni, separata dal marito, che lo accolse nella sua casa a Parigi. L’unione era perfetta, lui aveva bisogno di soldi e lei di sesso. “Matta della più nera mattanza slava”, diceva lui di lei, mentre la contessa lo considerava un “matto di sesso e di belle donne, profumato e virile come pochi”. Quando le risorse economiche della Natalia vennero a mancare, a causa della rivoluzione bolscevica in Russia, Ariel non si fece più vedere. Nell’ultimo dei cinque anni trascorse a Parigi il Vate ebbe anche amanti francesi, come Marie de Regnier e Amélie Mazoyer. Quest’ultima era la sua governante, da lui soprannominata Aelis (24 anni più giovane di lui), che lo seguirà anche in Italia, quando d’Annunzio ritornò nel 1915 per fare il soldato, arruolandosi come volontario allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. La straordinaria arma di Aelis, aggiunta alla devozione, era una caratteristica che d’Annunzio apprezzava moltissimo, e tanto più con il passare degli anni: un’abilità non comune nella fellatio, da cui derivò il soprannome Aelis, da helice, elica in francese. “Ha una bocca meravigliosa, oltre ad una mano donatrice d’oblio”, diceva Gabriele.
Durante il conflitto d’Annunzio
perse parzialmente la vista da un occhio, ma da uomo di teatro egli fece la guerra più sui palcoscenici, esibendo le proprie gesta vere e fasulle, piuttosto che dal vero.
Nel 1921, a Gardone, nel pittoresco scenario del lago di Garda, d’Annunzio trovò la residenza che sognava: una grande villa di 36 stanze, che lui intitolò il “Vittoriale degli italiani”. Dopo i lavori di restauro effettuati con l’aiuto economico di Mussolini, la rese monumento nazionale e la donò allo Stato Italiano (per pagare i suoi debiti). E Mussolini gli diede anche quello che il borghese Ariel aveva da sempre sognato, un titolo nobiliare, conferitogli nel 1924 dal re Vittorio Emanuele III, e facendolo diventare principe di Montenevoso.

Nonostante l’età avanzata, in quegli anni seguirono altre amanti, come la scrittrice triestina Olga Levi Brunner, la pianista veneziana Luisa Bàccara, e una certa Leila, tutte più giovani di lui.
In quella reggia-mausoleo il principe di Montenevoso trascorse gli ultimi diciassette anni della sua forsennata e avventurosa vita, con profonda sofferenza per il proprio decadimento fisico; sofferenza che espresse spesso con stranezze di comportamento ed eccessi di frugalità o di scontrosità, ma sempre ossessionato dal sesso, alla ricerca spasmodica del piacere, dell’erotismo e della lussuria, e perfino dedicandosi più spesso alla masturbazione, nonostante l’età.
Si dice che per meglio procurarsi l’auto-fellatio si fece togliere due costole, notizia forse non vera, ma non quella relativa all’autoerotismo.

Le ultime due amanti che gli rimasero vicino erano la fedele Aélis e la Bàccara, costrette ad assistere anche alle sue degradazioni da satiro e a lugubri riti erotici che l’ultrasettantenne organizzava di tanto in tanto. Gabriele d’Annunzio, il mago della perversione, inventò, tra l’altro, anche l’erotismo macabro, ed è descritto che mentre disteso nudo in una bara alcune prostitute, anch’esse nude, lo baciavano dalla testa ai piedi. Si dice che il maestro non disdegnasse pratiche sessuali più depravate come pissing e shitting,  cose alquanto inusuali a quei tempi.
D’Annunzio morì a 75 anni per una emorragia cerebrale, e ai suoi funerali, oltre a Mussolini, parteciparono la moglie con i tre figli, Amélie Mazoyer e Luisa Bàccara (la Duse era morta 14 anni prima). FuAmélie Mazoyer sepolto, come lui aveva deciso, nel piccolo tempio dell’olocausto, sulla cima del Vittoriale.

D’Annunzio non era bello o aitante, né ricco, né affidabile, e quindi ci è sempre chiesti perché così tante donne e nobildonne, ricche e belle, si gettassero tra le sue braccia.
Probabilmente aveva ragione la celebre danzatrice americana Isadora Duncan, che ebbe con lui un rapporto intensissimo anche se di breve durata, quando lo definiva «un amante così grande da trasformare la donna più ordinaria e darle per un momento l’apparenza di un essere celeste?»
Il perverso scrittore disegnava e metteva a disposizione alcuni abiti che le amanti, di volta in volta, dovevano indossare, per rappresentare la scena erotica che lui aveva scelto. Abiti che le tramutavano in falene dorate, pronte a bruciarsi devotamente le ali alla sua fiamma. Solo la sinuosa e fatale pittrice Tamara de Lempicka era riuscita a sottrarsi e sgusciare dalle braccia del celebre satiro.
A casa sua non mancavano anche profumi e incensi particolari, oltre uno sfarzoso guardaroba in cui furono trovate duecento camicie di seta da giorno, cinquanta cappelli, duecento paia di scarpe e stivali, trecento paia di calzini, una cinquantina di pigiami e vestaglie di seta, oltre a delle scatole con peli di vagina che lui era solito tenere in ricordo delle sue amanti. Era proprio «un animale di lusso» come lui stesso si definiva. “Quando D’Annunzio ama una donna”, scrisse nelle sue Memorie la Duncan, “la innalza e innalza la sua anima al di sopra della terra, fino alle regioni divine dove si muove e risplende la Beatrice dantesca. Di volta in volta fa partecipare ogni donna all’essenza divina e la porta così in alto da indurla ad immaginare di essere davvero sul piano di Beatrice… Ci fu un momento, a Parigi, in cui il culto di D’Annunzio toccava altezze vertiginose ed erano tutte le bellezze celebri ad amarlo. Ma quando il capriccio del poeta finiva, lui abbandonava l’amante di turno per un’altra”.
Difatti, era sempre lui a stancarsi delle donne, anche se belle e ardenti.
L’unico suo difetto, se così si può definire, era la cattiva abitudine di spendere notevoli patrimoni per esigenze di tipo voluttuario e per questo spesso si è trovato in cattive acque e pieno di debiti, per i quali, nel 1910, subisce il sequestro e la vendita dei suoi beni.
Le donne che incontrava, giovani e meno giovani, erano tutte ai suoi piedi, felici di essere desiderate dal più famoso “tombeur de femmes” della letteratura italiana, pronte a darsi a lui anima e corpo e che, oltre ad aprire le loro gambe, dopo aprivano anche le borse per pagare i suoi debiti. Se non era per soldi e per il fascino si può a buon ragione supporre quello che è già stato detto, ovvero che d’Annunzio fosse un superdotato o un eccezionale “animale da letto”, d’altronde, in una antica pellicola porno, del periodo pionieristico e clandestino della pornografia italiana, nelle didascalie, tra i vari collaboratori, si dice che compaia anche il nome di Gabriele D’Annunzio. Lui può essere considerato il pioniere italiano del sesso senza inibizioni, forse perverso, in un’epoca in cui termini come masturbazione, orgia, bisessualità, sesso orale o anale non erano alla portata di tutti. Inoltre, oltre all’uso della parola, lui sapeva “usare” in modo speciale il suo “gonfalon selvaggio”, tutte cose che, come si sa, mandano in estasi molte donne.

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