LEGGE MERLIN

RIPARLIAMO DI CASE CHIUSE
OVVERO: PROSTITUZIONE E UN SEMPLICE MODO PER SANARE LE CASSE DELLO STATO

La LEGGE MERLIN, del 1958, è una di quelle leggi che da subito si è dimostrata fallimentare e perfino svantaggiosa. La parlamentare socialista Lina Merlin dedicò la sua carriera politica a tale proposta legislativa, con la quale si chiese la chiusura delle case di tolleranza, l’abolizione della regolamentazione della prostituzione e l’introduzione di una serie di reati intesi a contrastare lo sfruttamento della prostituzione. Probabilmente la signora Merlin non aveva progetti più importanti a cui pensare (politicamente parlando) e, come spesso accade, quando le cose si fanno senza essere obiettivi, lungimiranti e senza ascoltare il parere di esperti, poi si creano solo danni. Tale legge, infatti, non era idonea a gestire il fenomeno della prostituzione in Italia che, di fatto, ha creato più prostituzione illegale, peggiorando la situazione. Questo ha portato, ovviamente, la malavita organizzata a gestire tale business e ad arricchirsi. Dagli anni novanti, si è poi sviluppata anche la prostituzione legata all’immigrazione straniera, con intrecci tra mafie italiane e straniere. Secondo due studi condotti dalla Commissione Affari sociali della Camera e dal Dipartimento Pari Opportunità,  si è stimata una presenza da 50 a 70 mila prostitute, con più di 9 milioni di clienti, e con un giro d’affari supposto di 19-25 miliardi di euro.  Se ne parla da anni, ma il tempo passa e il problema rimane. La legge punisce una serie di condotte collaterali alla prostituzione, come il favoreggiamento, lo sfruttamento o la gestione di case chiuse ma di certo non regolamenta la prostituzione. I nostri politici, insieme a parlamentari e senatori hanno cose più importanti a cui pensare probabilmente, come l’ultimo progetto che riguarderà le slot machine, il fumo e le bibite gassate. Fortunatamente alcune persone ed alcuni sindaci ci hanno pensato o ci stanno pensando. E’ il caso di don Gallo, che nel lontano 1999, dichiarò che la prostituzione  è un “fenomeno da gestire riconoscendolo come professione”; proposta ripresa anni dopo dal sindaco di Ravenna Fabrizio Matteucci, intenzionato ad individuare delle aree non abitate da utilizzate come case chiuse. Nel 2000 l’allora ministro della Solidarietà sociale Livia Turco propose una modifica alla legge Merlin, con una riforma di legge che consentisse l’esercizio della prostituzione all’interno delle case gestite direttamente dalle donne; nel 2010 la senatrice radicale Donatella Poretti presentò un emendamento alla legge di spesa, chiedendo il riconoscimento legale dell’attività e l’imposizione Irpef sull’attività di prostituzione, cosa che avrebbe fruttato milioni di euro all’anno allo Stato.  Invece no, i nostri politici per risanare le finanze non riescono a pensare ad altro che prelevare i soldi dalle tasche dei lavoratori e dei pensionati, con aumento delle tasse e con nuove imposte. Che rabbia!
Oggi ne parla anche il sindaco di Napoli De Magistris che, attraverso un progetto sperimentale, vorrebbe creare un “quartiere a luci rosse” in un area periferica. Come solito, la Chiesa e le associazioni cattoliche hanno subito attaccato e criticato tale proposta, parlando a vanvera di ghettizzazione e schiavizzazione, come se la situazione com’è oggi in Italia fosse per loro accettabile e non  richiedesse dei provvedimenti coraggiosi.
Cosa cazzo costa provare?
Quartieri o locali dedicati alla prostituzione, il mestiere più vecchio al mondo, li si trovano in paesi molto più organizzati e avanti  del nostro, come Canada, Olanda e Germania.
Pertanto, dov’è il problema?

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