BDSM e Disinibizioni

Cinquanta sfumature di grigio

Se da un lato i mass-media e le cronache riferiscono di donne, fidanzate e mogli maltrattate violentate o uccise, dall’altro lato parlano del successo del libro “Cinquanta sfumature di grigio” in cui, al contrario, si parla del desiderio femminile di sottomissione, con gli editori che hanno fatto a gara per averne l’esclusiva. Sottomissione che, in questo caso, è sinonimo di violenza e si trova un paio di gradini prima dell’uccisione del proprio io. L’eco delle discussioni attorno a questo best-seller è arrivata fino a noi e la Mondadori si è accaparrata la pubblicazione di questa prima parte della trilogia hard dell’autrice E. L. James, con la versione italiana che uscirà tra pochi giorni. Per alcuni, si tratta di un romanzo post-pornografico che mette a nudo i desideri nascosti delle madri americane (o mommy-porn, l’epiteto utilizzato in America), una generazione di donne finalmente coscienti e libere di ammettere ciò che vogliono. Si è parlato del marchese De Sade o dell’evoluzione dell’emancipazione femminile, anche se la trama del libro riferisce semplicemente di Anastasia, una giovane ragazza che finisce nelle grinfie di Grey, un uomo in carriera ricco e bello, il quale, però, trae piacere sessuale solo con forti pratiche di assoggettamento e BDSM, dove lui è il soggetto dominatore. Fatto sta che l’indifesa e candida vergine, iniziata a tali pratiche, invece di rinunciare e fuggire, sta al gioco e gli piace essere sottomessa, entrando più volte e volentieri in quella che lei chiama la “stanza rossa del piacere”, per poi ribaltare la situazione. La subordinazione si rovescia e la sottomissione totale  diventa riscatto.  Questo ha scatenato le critiche e le fantasie delle femministe o post-femministe con alcune che hanno letto questa storia come una manifestazione della loro emancipazione, come dire che anche l’atto di sottomissione è una libera scelta e quindi un atto di libertà, “cogito ergo sum”. Il dibattito suscitato dal libro può essere riassunto con le parole di Katie Roiphe, editorialista del Newsweek: < la sottomissione è il sogno delle donne poiché tali fantasie donano un sollievo ed un momento di evasione dal duro lavoro di essere uguali agli uomini >. Altri, psicologi ed etologi, parlano di un ritorno alle origini, il desiderio nostalgico di un maschio brutale come lo era nella preistoria o, invece, di una semplice scelta di un “animale-donna” nei confronti di un “animale-maschio” che gli garantisce ciò che l’evoluzione ordina: patrimonio genetico, protezione e sostentamento. A questo punto bisognerebbe capire se questa scelta volontaria di essere “assoggettata” sessualmente all’uomo, ovvero, se questa sottomissione, che nella maggior parte dei casi è solo fantasia o perversione dell’immaginazione, e che da involontaria diviene volontaria e premeditata, diventa poi davvero un momento di emancipazione e di riscatto per lei o se, invece, è solo un modo per liberarsi da ancestrali inibizioni sessuali, col piacere nell’infrangere i divieti. Le pratiche di sottomissioni hanno una doppia faccia, sono sfuggenti e possono trasformarsi in alibi della violenza. Inoltre, dove c’è subordinazione non può esserci piena libertà. Questo non vuol dire che la donna, al pari con l’uomo, non possa essere dissoluta, licenziosa, amante del piacere senza limiti e dare sfogo alle proprie fantasie erotiche, anche se da sempre bollate dai moralisti di turno. Io, personalmente, al di la di tanto baccano, sono più favorevole a questa conclusione perché da sempre accanito sostenitore di un sesso libero senza tabu, e in quest’ottica tale discussione verrebbe a mancare perché non si parlerebbe più di dominatori o di sottomissione, di sesso debole o di perversioni, ma solo e semplicemente di SESSO, fatto come ad ognuno garba di farlo e non per questo giudicati e condannati. Ma mi rendo conto che siamo molto, molto lontani da una tale concezione.

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