ORIGINI DELLE FIABE

 
Fiabe, Favole & Co.
 
 
 
Sebbene i termini fiaba e favola derivino entrambi dalla parola latina fabula (narrazione di fatti inventati) se si consulta il vocabolario si nota che essi hanno significati diversi. Per favola si intende un genere letterario caratterizzato da brevi composizioni, in prosa o in versi, che hanno per protagonisti di solito animali, più raramente piante o oggetti inanimati e sono forniti di una "morale". Per morale si intende un insegnamento relativo a un principio etico o un comportamento, che spesso è formulata esplicitamente alla fine della narrazione.
La fiaba, invece, è un tipo di narrativa che trae origine dalla tradizione popolare, caratterizzata da componimenti brevi e centrati su avvenimenti e personaggi fantastici come fate, orchi, giganti e così via. Anche se le fiabe erano tradizionalmente pensate per intrattenere i bambini esse venivano narrate dalle donne anche mentre si svolgevano lavori comuni ed erano un piacevole intrattenimento per chiunque.
Le formule d’inizio e le formule di chiusura sono sempre le stesse: "Tanto, tanto tempo fa…”, "C’era una volta…", "In un paese lontano…,"Cammina, cammina…", "Cerca, cerca…", "Così vissero felici e contenti…"  e con numerose formule magiche e filastrocche.
 Le più antiche favole sono di origine egizie come “Storia dei due fratelli” (XIII secolo a.C.), “Il principe predestinato” (XIX dinastia) e “Menzogna e verità” (periodo del Nuovo Regno). In una virtuale linea del tempo potremmo poi prendere in considerazione la tradizione orale della favola in India che può esser fatta risalire al V secolo a.C. con la più antica raccolta “Pañcatantra”. Sempre in ambito arabo, tra le più conosciute trascrizioni di fiabe ci sono quelle raccolte nel XVIII secolo in “Le mille e una notte”. Del mondo occidentale il più antico autore di favole risale all’antica Grecia ed è Esopo, di cui possediamo alcune centinaia di favole. Esopo sarebbe stato uno schiavo, deforme e balbuziente, vissuto nel VI secolo a.C. Platone ci informa che lo stesso Socrate aveva messo in versi alcune favole di Esopo.
Anche Fedro (circa 15 a.C.-50 d.C.), uno schiavo nato in Grecia, scrisse favole in versi durante l’impero di Tiberio. Si sa che Fedro scrisse cinque libri di favole, molte delle quali sono andate perdute. Le sue favole riprendono il modello di Esopo, ma con un diverso atteggiamento perché Fedro non è infatti, come Esopo, il favolista di un mondo contadino, ma di uno stato evoluto dove dominano l’avidità e la sopraffazione. Anche se di natura pessimistica, nelle sue storie il prepotente trionfa sempre sul debole, il quale è invitato alla rassegnazione o, nella migliore delle ipotesi, a cercare un compromesso accettabile nei rapporti con il potere.
«Giove impose agli uomini due bisacce: mise quella dei vizi propri dietro la schiena,
quella carica dei vizi altrui davanti al petto» (Fedro)
 
Forse non tutti sanno che uno dei primi autori di fiabe italiano è stato il napoletano Giambattista Basile che, nel  XVII secolo, scrisse il “Lo cunto de li cunti” (Pentamerone), in cui rielaborò, in lingua napoletana, cinquanta fiabe popolari per allietare con l’arte dei cantastorie il dopopranzo della nobiltà, uno dei passatempi preferiti a corte. Basile inventò dieci vecchiette caratterizzate da difetti fisici come narratrici delle sue fiabe: Zeza sciancata, Cecca storta, Meneca gozzuta, Tolla nasuta, Popa gobba, Antonella bavosa, Ciulla musuta, Paola scerpellata, Ciommetella tignosa Iacova squarquoia. Nelle 50 storie si trovano, in embrione e con nomi diversi, molti personaggi ancora oggi amati dai bambini, da Gatta cenerentola a Petrosinella (poi Raperonzolo), dalla Bella Addormentata al Gatto con gli Stivali. Le sue non erano proprio fiabe per bambini dal momento che non erano a lieto fine, come la sua cenerentola chiamata “Zerolla” (poi Gatta Cenerentola) che cattivissima uccide la matrigna. Come altri autori anche lui attingeva, oltre dalle storie di strada, dai lavori dei suoi predecessori come Esopo o dalle novelle di Boccaccio.
Negli stessi anni, le fiabe del Regno di Napoli si diffusero presso la corte del re Sole, in Francia, grazie al francese  Charles Perrault (1628-1703). Estroso brillante e con una spiccata sensibilità fu attratto dai racconti popolari, in particolare in quelli in cui compariva il personaggio “ma mère l’oye” (la vecchia mamma oca) che raccontava storielle istruttive ai suoi anatroccoli. Prendendo spunto da Basile e La Fontaine, riscrisse e arricchì le storie pubblicandole nei “I racconti di Mamma Oca”. Nella sua Cenerentola fa la sua prima apparizione la scarpetta di cristallo, per esempio, mentre Cappuccetto rosso e sua nonna muoiono divorate dal lupo. Le più celebri fiabe di Perrault (come quelle dei Grimm o di Andersen) sono universalmente note e parte indelebile della nostra cultura; i riferimenti a esse in altre opere d’arte e in altri contesti sono semplicemente incalcolabili, così come sono numerosissime le trasposizioni in opere liriche, teatrali, cinematografiche, musicali, e così via. Si possono ricordare in particolare:  
 
 
Jean de La Fontaine (1621 – 1695) è stato uno scrittore e poeta francese, autore di celebri favole. Esse sono  popolate da animali parlanti e, con riferimenti critici e ironici al potere, sono caratterizzate da uno stile allo stesso tempo raffinato e semplice, considerate capolavori della letteratura francese. Nonostante fosse di spirito indipendente, visse quasi tutta la sua vita sotto la protezione dei nobili dell’epoca. La Fontaine si presenta come il continuatore di Esopo e Fedro; ha intenzioni morali e la satira e il contrasto sono fra i suoi metodi preferiti. Per La Fontaine la morale diviene il pretesto, più che lo scopo, della narrazione. Tra le sue numerose favole ricordiamo:
 
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    Fra i trascrittori di fiabe più noti della tradizione europea oltre a Perrault si annoverano anche i fratelli Grimm.  Jacob & Wilhelm Grimm (1785-1863, 1786-1859) divennero noti in Germania per aver raccolto e rielaborato le fiabe della tradizione popolare tedesca girando in lungo ed in largo la Germania ed interrogando contadini e pastori per raccogliere dalla loro viva voce leggende, filastrocche, proverbi e fiabe. Alcune con gli stessi personaggi di Perrault ma con qualche variante (Cenerentola, per esempio, non muore), e tra le circa 200 fiabe nacquero classici come Hansel e Gretel, Cenerentola, Il principe ranocchio, Cappuccetto Rosso, Biancaneve , I Musicanti di Brema,  Il pifferaio di Hamelin, Il lupo ed i 7 capretti, Il Tamburino e Raperonzolo. Nonostante le vite parallele, Jacob e Wilhelm avevano caratteri diversi. Il primo taciturno e colto non si sposò ed ebbe una vita quasi monastica mentre il secondo, vivace e talentuoso, si sposò a 40 anni.
     
    Lo scrittore e poeta danese Hans Christian Andersen (1805-1875) ebbe, invece, una vita più romanzesca rispetto ai Grimm. Alto con naso lungo ed occhi piccoli veniva spesso deriso dai coetanei, proprio un brutto anatroccolo come uno dei suoi più celebri personaggi.    
     
    «Non importa che sia nato in un recinto d’anatre: l’importante è essere uscito da un uovo di cigno»
     
    Andersen nacque in quartiere povero, figlio di un calzolaio e di una lavandaia alcolizzata. Era una famiglia povera che viveva in una singola stanza. La sorellastra era prostituta e il padre, che aveva ventidue anni quando Hans Christian nacque, aveva problemi di salute. A undici anni Andersen rimase orfano di padre, e si recò a Copenaghen per  guadagnarsi da vivere facendo il garzone di bottega e l’operaio in una fabbrica di sigarette. Fin da allora dovette subire le angherie dei compagni di lavoro, che lo perseguitavano per il suo aspetto fisico, il suo carattere introverso e i suoi modi effeminati.
    A quattordici anni iniziò a cercare di entrare in teatro come cantante, ballerino o attore; riuscì invece ad entrare nel Teatro Reale Danese come soprano per la sua bella voce, ma fu costretto a lasciarlo quando essa cambiò di timbro. Andersen fu ospitato a casa di Jonas Collin, direttore del Teatro Reale. Qui si innamorò ed ebbe relazioni omosessuali con Edvard, il figlio del direttore. Le sue inclinazioni sessuali erano un altro motivo per cui Andersen si sentiva rifiutato ed emarginato. A Edvard scrisse: "i miei sentimenti per te sono quelli di una donna; la femminilità della mia natura e la nostra amicizia devono rimanere un mistero". Andersen visse tutta la vita da scapolo; in un passo del suo diario risulta che egli avesse deciso, già in giovane età, di non avere rapporti sessuali né con donne né con uomini. L’emarginazione sentimentale è anch’essa un tema frequente nell’immaginario di Andersen;  si pensi per esempio a Il soldatino di stagno o La sirenetta.
    Curiosamente, le fiabe di Andersen non furono subito riconosciute come quei capolavori che cenerentola1sono oggi considerate, ispirandosi alle “Mille e una notte”, ai fratelli Grimm e al patrimonio popolare di mezza Europa, egli le scrisse pensando agli adulti, ma furono i bambini ad amarle da subito. Tra i suoi capolavori troviamo:  
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    Per leggere le fiabe di Perrault, i bambini italiani dovettero aspettare la traduzione di un certo Carlo Lorenzini (1826 – 1890) scrittore e giornalista fiorentino. Traducendo anche altri autori effettuò l’adattamento dei testi integrandovi una morale ed il tutto uscì nel 1876 sotto il titolo de “I racconti delle fate. Egli divenne famoso con lo pseudonimo di Collodi quando nel 1883 pubblicò “Le avventure di Pinocchio raccolte in volume mentre nello stesso anno diventò direttore del “Giornale per i bambini”.
     
    Discorso a parte merita la famosa opera di fantasia “Le Avventure di Alice nel paese delle meraviglie”, un racconto pieno di allusioni a personaggi, poemetti, proverbi e avvenimenti propri dell’epoca in cui l’autore visse. Egli gioca con regole logiche, linguistiche, fisiche e matematiche che gli hanno fatto ben guadagnare la fama che ha. Il libro ha anche un seguito chiamato “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò. L’autore è Lewis Carroll, pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson (1832-1898) scrittore, matematico e fotografo inglese a cui  fu conferita una cattedra in matematica, che tenne per quasi tutta la vita, ma è noto che trovasse l’insegnamento privo di stimoli, e che nelle sue lezioni regnasse l’apatia. Nel 1856, Dodgson iniziò a interessarsi alla neonata arte della fotografia, alla quale fu introdotto dapprima da uno zio, e più tardi dal famoso pioniere della fotografia Oscar Rejlander. La fotografia si rivelò uno strumento ideale per esprimere la sua filosofia personale, centrata sull’idea della divinità di ciò che Dodgson chiamava "bellezza": uno stato di grazia, di perfezione morale, estetica e fisica. Dodgson trovava questa bellezza nel teatro, nella poesia, nelle formule matematiche e soprattutto nella figura umana. Oltre la metà dei suoi lavori erano ritratti di bambine che scrivevano il proprio nome in un angolo della stampa, per cui i loro nomi sono quasi tutti noti. La sua modella preferita fu, però, Alexandra Kitchin ("Xie") che Dodgson ritrasse circa cinquanta volte fra i 5 e i 16 anni. Il fatto che Dodgson fotografasse o disegnasse anche ragazzine nude ha contribuito alla tesi egli avesse verso di loro un’attrazione morbosa a cui si aggiunse l’idea che Dodgson non avesse una reale "vita adulta" e che si trovasse a suo agio solo in un mondo mentale infantile. Uno degli obiettivi evidenti della fotografia di Dodgson era forse quello di liberarsi del pesante fardello della simbologia  vittoriana, ritraendo le sue giovani modelle più come fate, libere creature dei boschi, che come beneducate damigelle della buona società inglese. L’ispirazione stessa del suo personaggio letterario “Alice” nasce quando, ventenne, conobbe le tre figlie del decano di Oxford, Lorina Charlotte Liddell (tredicenne), Alice Pleasance Liddell (di dieci anni) e Edith Mary Liddell (di otto anni). Durante un viaggio in barca con le ragazze Carroll inventò e raccontò alle tre bambine una storia, che più tardi mise per iscritto e regalò ad Alice Liddell che tanto aveva insistito perché lo facesse. Solo più tardi Carroll decise di pubblicare la sua storia, aggiungendo nuovi personaggi e situazioni, commissionando le illustrazioni e dandogli il titolo e la forma che conosciamo ancora oggi.
    Tradurre Alice è un’impresa in cui moltissimi autori italiani si sono cimentati; i giochi di parole, le figure retoriche, i proverbi citati ed i continui riferimenti alla cultura inglese, hanno spesso stuzzicato a tal punto la fantasia dei traduttori italiani che ogni traduzione rappresenta un libro a sé. Ne sono state fatte varie copie di molte edizioni diverse e questo testo è stato pubblicato nel 90% delle lingue del mondo. Alice è una fonte di ispirazione per molti artisti che hanno dato vita a canzoni, poemi, reinterpretazioni, fumetti, e ispirando cinema, TV e videogiochi. 
     
    Non possiamo terminare questo breve excursus sul mondo delle fiabe o delle favole senza menzionare altri autori famosi come il poeta premio Nobel William Butler Yeats (1865 – 1939) la cui la poesia  è impregnata di miti e folclore irlandese. Successivamente Yeats si interesserà al misticismo e allo spiritualismo.
     
    Lo scrittore scozzese James Matthew Barrie (1860 – 1937) ricordato principalmente per aver creato il personaggio di “Peter Pan”, il "ragazzo che non voleva crescere".  Quando Barrie aveva 6 anni, il fratellino più piccolo David (il preferito di sua madre) morì in un incidente mentre pattinava sul ghiaccio. La tragedia lasciò sua madre devastata, e Barrie cercò di prendere il posto di David’s nelle attenzioni di sua madre, indossando anche i vestiti del fratellino e, nonostante ci siano prove del contrario, si è molto speculato sul fatto che il trauma possa essere stato la causa del suo nanismo e della sua apparente asessualità.
    La creazione del personaggio di Peter Pan ebbe un’articolazione abbastanza complessa. In effetti, quello che è stato definito il principe dei follettiil gatto la volpe comparve prima in suo un precedente romanzo (The Little White Bird), ispirato a Barrie da un gruppo di ragazzini conosciuti durante le  passeggiate assieme al proprio cane attraverso i viali dei giardini londinesi di Kensington. L’amicizia, spesso discussa e talvolta al centro di acri malignità, con i cinque figli della vedova Llewellyn-Davies (uno dei quali si chiamava, appunto, Peter), sarebbe risultata fondamentale. Il legame tra lo scrittore, che era peraltro già sposato, con la famiglia, divenne poi talmente saldo che, alla morte di lei, lo scrittore si sarebbe fatto carico dei cinque ragazzini.
     
    Il linguista russo Aleksandr Nikolaevic Afanas’ev (1826 – 1871), che seguendo le tracce dei fratelli Grimm – di cui egli studiò le opere con particolare attenzione – cercò di penetrare fino al significato primitivo, religioso e mitologico delle favole che aveva raccolte. In una sua opera altrettanto fantastica quanto mirabile per larghezza di conoscenze e per acute singole intuizioni, egli cercò di ricostruire le "concezioni poetiche degli slavi sulla natura" e di studiare tutti quegli elementi dei racconti popolari che potevano essere interpretati come trasposizioni dei fenomeni della natura, sole, stelle, pioggia, acqua e tempesta. Fino alla morte Afanas’ev si dedicò esclusivamente allo studio della vita popolare. Sue sono le opere “Norwegians Peter Christen Asbjørnsen” e “Jørgen Moe”.
    La cicala e la formicaIl senese Italo Calvino (1923 – 1985) che nel novembre del 1956 pubblica le “Fiabe italiane”, rimaneggiamento e raccolta di antiche fiabe popolari e “Marcovaldo” nel 1958. Come opera di fantasia possiamo includere anche “THe Hoobit” di J. R.R. Tolkien, che essendo la sua opera prima di narrativa, rappresentò una tappa fondamentale nella sua carriera di  scrittore perché attorno al nucleo originario di quest’opera l’autore sviluppò, nel decennio successivo, il suo mondo immaginario che lo ha reso celebre, quello della “Terra di Mezzo”, che prese forma soprattutto in quell’epica fantastica che è la trilogia de “Il Signore degli Anelli”, unanimemente riconosciuta come la sua opera più importante.
    L’allegoria politica “La fattoria degli animali” di George OrwellL. Frank Baum a cui si deve il romanzo più celebre della letteratura per bambini americana, “Il meraviglioso mago di Oz.
    Le piacevoli notti” e la raccolta "Favole ed enimmi" pubblicate a Venezia nel 1550 da Gian Francesco Straparola (1480 – 1557) comprendono novelle e fiabe, accompagnate da 75 enigmi non di rado oscene in quanto di ispirazione boccaccesca.
    Le poche note fiabe e romanzi di fantasia dello scozzese “George MacDonald” come “La peter_panprincipessa e il Goblin”, “Phantastes” e “Lilith”.
    Inoltre, Ivan Andreevic Krylov giudicato il più grande scrittore di favole russo, ma potremmo aggiungere tanti altri nomi di autori che si sono occupati di questo genere letterario:
    Oscar Wilde, A. S. Byatt, Jane Yolen, Terri Windling, Donald Barthelme, Robert Coover, Margaret gollum2Atwood, Kate Bernheimer, Espido Freire, Tanith Lee, James Thurber, Robin McKinley, Isaac Bashevis Singer, Kelly Link, Bruce Holland Rogers, Donna Jo Napoli, Cameron Dokey, Robert Bly, Gail Carson Levine, Annette Marie Hyder, Jasper Fforde, Aurelio de’ Giorgi Bertola, Giovanni Battista Casti, Tommaso Crudeli, Antonio Jerocades, Giambattista Roberti, Lorenzo Pignotti, Luigi Clasio (pseudonimo di Luigi Fiacchi), Giovanni Meli, Jean-Pierre Claris de Florian, John Gay, Tomás de Iriarte, Félix María Samaniego, Christian Fürchtegott Gellert, Gotthold Ephraim Lessing, Ignacy Krasicki, Ivan Ivanovic Dmitriev, Cristóbal de Beña, Juan Eugenio Hartzenbusch, Ambrose Bierce, Beatrix Potter, Tolstoj, Pietro Pancrazi, Vittorio Butera, Jean Anouilh, Rudyard Kipling, Franz Kafka, Kornej Ivanovic Cukovskij, José Bento Renato Monteiro Lobato, Damon Runyon,  James Thurber, ecc. ecc. ecc.
     
     
     
     
     
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Una risposta a ORIGINI DELLE FIABE

  1. Jfdfdgfgfhffbfgf ha detto:

    Davvero una descrizione bellissima e interessante grazie davvero

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