TRIBU’ INDIGENE

 
REPERTI ARCHEOLOGICI?
 
 
 
Si calcola che nel mondo 300 milioni di persone appartengono ai cosiddetti popoli indigeni, cioè gruppi di esseri umani che vivono a stretto contatto con la natura e in terre che occupano da tempi antichissimi.
Si tratta poco più del 4% della popolazione mondiale e i diritti di queste popolazioni sono sempre stati calpestati. Per questo motivo tempo fa nacque la “convenzione 169” redatta dall’organizzazione interna alle Nazioni unite (ONU) che sancisce, tra l’altro, il diritto dei popoli indigeni al possesso della loro terra, all’eguaglianza di fronte alla giustizia e ad essere consultati in caso di decisioni che li riguardano. Ad oggi solo 20 Stati si sono impegnati a rispettare tale convenzione e si spera diventino molti di più. A firmare sono chiamati anche paesi che, come l’Italia, non ospitano popoli indigeni, ma che comunque, in una economia globalizzata, possono influire sul loro destino.
 
Noi ci preoccupiamo tanto della salvaguardia dell’ambiente e degli animali in pericolo di estinzione, ma lo stesso non si fa per tanti umani che vivono nelle foreste seppure anche loro rischino l’estinzione a causa di disboscamenti o interessi economici che mirano soprattutto ad accaparrarsi le ricchezze che si trovano nel loro territorio: legname, pascoli, petrolio, ecc. E sono pochissimi a preoccuparsene.
Eppure sono ancora molte le tribù piccolissime, a volte sconosciute che vanno a finire sulle prime pagine dei giornali. Veder loro è come vedere una parte di noi stessi perché anche noi vivevamo così non tanti anni fa. Quindi perdere loro significa anche perdere una parte della storia dell’uomo e della sua ricchezza culturale.
 
 
Fece scalpore, appena l’anno scorso, una delle ultime tribù individuate al confine tra Brasile e Perù, nel cuore dell’Amazzonia (foto in alto), durante un sopralluogo aereo condotto dalla fondazione governativa brasiliana (FUNAI). Stando alle ultime ricerche condotte da antropologi in tutto il mondo, risulta che in varie parti della Terra vi siano complessivamente da 90 a 100 tribù che non si sono mai incontrate con la nostra civiltà. Tali gruppi di persone vivono negli angoli più remoti del pianeta, dalla foresta amazzonica fino alle sperdute isole dell’Oceano Indiano. Ma senza dubbio è l’America del sud ad avere la maggior concentrazione di tribù mai contattate, almeno 60 tra Brasile, Perù, Bolivia, Equador, Colombia e Paraguay. In Asia sono presenti in Nuova Guinea e nelle isole Andamane. Non si conosce come essi vivono ma è certo che si sono adattati perfettamente all’ambiente.
Si tratta di gruppi a volte poco numerosi (10-15) per vivere meglio nella foresta, ma quando l’uomo bianco è arrivato, sono iniziate le atrocità nei loro confronti e alcune tribù attuali sono alcune di quelle che hanno cercato di sfuggire ritirandosi sempre di più nella foresta.
La maggior parte degli antenati dei popoli amazzonici furono sterminati durante il boom del caucciù del 19 secolo, durante il quale il 90% di indigeni locali morì. I pochi rimasti oggi vivono in fuga perenne circondati su tutti i fronti da compagnie petrolifere e multinazionali che oramai invadono il loro territorio senza ritegno. 
A questo si aggiunge il problema delle malattie introdotte dall’esterno e verso le quali tali popoli risultano indifesi. Una semplice influenza può, difatti, costituire una delle principali cause di morte. Il contatto con la civiltà industrializzata e la a riduzione del loro territorio porta inesorabilmente alla scomparsa dei gruppi indigeni, sopravvissuti per millenni. Anche se può sembrare strano, queste tribù perfettamente adattatesi all’ambiente in cui vivono e che noi definiamo primitive, hanno conoscenze che noi non possediamo, sopravvivendo in luoghi in cui noi moriremmo in poco tempo. Anche se noi apparteniamo ad un mondo tecnologico moderno, nelle foreste e nelle savane sono proprio loro, rispetto a noi, ad avere le conoscenze giuste, con capacità che noi non abbiamo.
Noi non sapremmo, per esempio, nemmeno accendere un fuoco senza l’ausilio di fiammiferi o accendini!
 

 

 

riferimenti: Ulisse, il piacere della scoperta

 

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