IL RAGAZZO SELVAGGIO

 
L’enfant sauvage
 
 
Nel 1798 in una regione del sud della Francia (Aveyron) alcuni contadini fecero una scoperta sensazionale.
Nei boschi circostanti, infatti, si aggirava un ragazzo selvaggio che non aveva mai avuto contatti con la società civile. Viveva completamente nudo anche in inverno, si arrampicava agilmente sugli alberi, mangiava ghiande e radici, emetteva strani grugniti e si muoveva con braccia e gambe come le scimmie. Probabilmente era stato abbandonato in tenera età ma era riuscito a sopravvivere e a crescere da solo.
Il ragazzo fu catturato  e la notizia arrivò fino a Parigi dove medici e scienziati si appassionarono al caso.
Così, il ragazzo fu portato a Parigi dove una folla di curiosi era ad attenderlo, rimanendo però delusi quando si accorsero di avere a che fare con un ragazzino di 11-12 anni sporco, che ringhiava e tentava di mordere chiunque lo avvicinasse. Il parere del più insigne luminare dell’epoca non lasciava speranze sul possibile recupero del soggetto. Infatti, secondo il dr. Philipe Pinel (1745 – 1826), uno dei padri della moderna psichiatria, era affetto da demenza ed idiotismo ed andava solo rinchiuso in un manicomio insieme agli altri malati mentali.
Ma un giovane medico di 26 anni ebbe il coraggio di opporsi alla diagnosi del collega, si trattava di Jean Itard che insegnava all’Istituto Nazionale Sordomuti a Batignolles, un villaggio alla periferia di Parigi.
Lui era convinto che il ragazzo non era un ritardato ed il suo comportamento non dipendeva da disturbi mentali ma, solo dal fatto di essere vissuto in isolamento. Si offrì, così, di prendere il ragazzo con sé insieme alla sua governante madame Guerin per intraprendere un lungo percorso di rieducazione e riabilitazione.
 
Il ragazzo fu chiamato Victor perché sembrava più sensibile ai richiami contenenti la vocale “o” e per 5 anni Itard cercò di combattere l’autismo del ragazzo. Gli insegnò a camminare eretto, a vestirsi, a mangiare con le posate, a dormire nel letto, a giocare e a suscitargli altri interessi che non fossero solo il mangiare e il dormire.
Victor non soffriva il caldo o il freddo riuscendo a rotolarsi nudo sulla neve o nell’acqua, camminava senza problemi scalzo e riusciva a mangiare avidamente cibo caldo senza scottarsi. Itard cercò anche, senza successo, di insegnarli a parlare. Col passar del tempo e con la scarsità dei progressi Itard si stancò e nel 1806 prese l’unica decisione possibile, rinunciare.
 
Oggi sappiamo che i suoi meritevoli tentativi non potevano avere successo perché lo sviluppo di alcune funzioni del cervello, come quelle che presiedono all’uso del linguaggio, può avvenire solo col contatto di altri uomini e, principalmente, nei primi anni di vita. Il suo lavoro, però, non è stato inutile perché i metodi sperimentali da lui usati in modo empirico, sono ancora oggi alla base dei più moderni programmi di recupero e riabilitazione di portatori di handicap mentale. 
Con l’interruzione del programma di Itard le notizie sul resto della vita di Victor si fanno più rare.
Si sa, comunque che visse fino a 41 anni nella dependance per sordomuti in cui Itard insegnava accudito da Guerin e che avesse sperimentato ed imparato cosa voleva dire condividere l’esistenza con altri esseri umani.
 
La storia è stata dettagliatamente ricostruita da  François Truffaut nel 1969 col film intitolato “L’enfant sauvage” (Il ragazzo selvaggio).
 
 
 
 
 
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