I LAVORI PIU’ SPORCHI DELLA STORIA

 
I LAVORI PEGGIORI
 
“Dirty Jobs” ovvero “Lavori sporchi” è un programma trasmesso su Discovery Channel in cui il conduttore Mike Rowe viene ripreso mentre sta svolgendo incarichi difficoltosi, strani o molto sporchi caratteristici di alcune professioni. La trasmissione è cominciata con 3 episodi pilota nel novembre 2003, ritornando poi come serie il 26 luglio 2005.
In alcuni episodi, il conduttore era alle prese con diversi lavori collegati agli animali, quale ad esempio il collaudatore di un repellente per squali e di una muta anti squalo. Entrambi questi lavori necessitano, ovviamente, di immergersi in acque infestate di squali. Poi sulla inseminazione artificiale delle mucche e della riproduzione dei cavalli, dove gli addetti devono “infilare” lo sperma nella vagina dell’animale o prelevare lo sperma dallo stallone per portare a termine il loro lavoro. La serie continua con l’allevamento dei maiali e con la produzione di ostriche dove per la raccolta si sta per ore immersi nel fango fino alle ginocchia. La serie di lavori sporchi continua con il lavoro nelle fabbriche di carbone, con quello di spazzacamino, quello portato avanti dagli addetti alle fosse biologiche oppure quelli relativi al riciclaggio degli scarti metallici o di pneumatici.
 
              
 
Comunque, se è vero che ancora oggi vi sono dei lavori difficili ed usuranti, nel passato di certo le cose non stavano meglio!
Tanto per citarne alcuni, nei cantieri edili degli antichi romani (ma anche prima) esistevano gli addetti alla “ruota calcatoria”, una enorme ruota fatta di assi di legno con argani, corde e carrucole, la cui rotazione permetteva il sollevamento di pietre e oggetti molto pesanti. Tale ruota veniva fatta ruotare da un paio di persone (come i criceti!) con la sola forza delle gambe, i “calcanti”, appunto, che facevano questo dall’alba al tramonto.
 
Per gli antichi romani il “garum” era una prelibatezza, lo mettevano su tutto come il ketchup, nonostante di sgradevole odore. Si trattava di interiora di pesce macerate e condite con sale, olio, aceto e spezie (per nasconderne l’odore!) Considerato che la richiesta era altissima così come il prezzo, gli inservienti addetti alla produzione passavano tutti i giorni a lavorare, in pentoloni di terracotta, una poltiglia composta da interiora di pesce da far fermentare per tre mesi.
 
Già avevo accennato ai “fullones” nel post “http://antveral.spaces.live.com/blog/cns!B82C8038190F5EA4!732.entry”. Si tratta dei sgrassatori di panni e lavoratori di lana grezza che utilizzavano per questo l’urina raccolta nelle latrine pubbliche. Il lavoro veniva fatto con i piedi perché occorrevano ore prima che la lana si ammorbidisse grazie all’ammoniaca presente nell’urina.
 
Nel cinquecento era presente la figura del “canteraro” o svuotapozzi, ovvero l’addetto alla raccolta degli escrementi dei pozzi neri di palazzi e condomini. All’epoca i servizi igienici si riducevano all’uso dei “vasi da notte” il cui contenuto veniva, appunto, raccolto in apposite buche che una volta piene dovevano essere svuotate. Per legge il lavoro doveva svolgersi solo di notte e gli addetti, inutile sottolinearlo, avevano problemi agli occhi dovuti alle esalazioni acide. Il liquame puzzolento veniva rivenduto dai canterai ai contadini che lo usavano come concime.
 
Nel ‘700 c’era il mestiere del “mignattaro” che lavorava tutti i giorni in stagni e paludi per fare da esca alle sanguisughe, animali molto richiesti dai medici ed usate per i salassi. Questo lavoro faceva, ovviamente, perdere al mignattaro sangue che lo portava in un continuo stato di debolezza e di rischio infezioni.
 
Famosi erano i conciatori di pelle di Venezia detti “scorzeri”, lavoro diffuso anche altrove. Si lavorava su carogne di animali a cui si aggiungeva la puzza dei materiali usati per la concia. Ci volevano mesi per trasformare una pelle in tomaie e suole o in pergamena e vestiti e le pelli andavano raschiate per eliminare peli da un lato e grasso dall’altro. Dopo essere messe a bagno in calce ed allume, venivano poi tirate e lavorate. Per tale motivo gli scorzieri di Venezia furono obbligati a lavorare sull’isola di Giudecca, lontano dal centro abitato!
 
D’obbligo menzionare anche il mestiere più vecchio del mondo, la prostituzione!
Però qui, in particolare, si fa riferimento alle “meretrici” il cui lavoro era riconosciuto e legalizzato.
Già nella società greca antica esisteva la prostituzione femminile, ma anche quella maschile da parte degli adolescenti che erano liberi di vendere i propri “favori”. Il diritto romano regolava con diverse leggi la prostituzione che era praticata nei lupanari aperti soltanto nelle ore notturne. Le meretrici generalmente erano schiave o appartenenti ai ceti più bassi. Nel medioevo la donna, normalmente, non era considerata una compagna con cui condividere momenti di piacere, ma un’occasione di peccato; non per questo però, tutte le donne che avevano rapporti sessuali fuori dello stretto ambito matrimoniale potevano essere considerate meretrici. Fino al Medioevo l’attività di meretrice era comune e fu tollerata con Statuti di molte città che la regolavano.
La meretrice è la donna che instaura con l’uomo un rapporto di tipo commerciale: vende il proprio corpo in cambio di denaro. In una società in cui i rapporti tra gli uomini e le donne erano basati sul principio di subordinazione di quest’ultime, poiché dipendenti sia economicamente sia mentalmente dal maschio, il ruolo della meretrice assunse una nuova dimensione: l’attività professionale che svolgeva non la collocava su di un piano subordinato rispetto all’uomo, ma la inseriva nel contesto sociale come lavoratrice dotata d’autonomia e individualità giuridica.
 
Se oggi esistono i servizi delle pompe funebri, nel Medioevo tale attività era svolta dai “monatti”, in particolar modo per trasportare i cadaveri dei morti di peste (molto frequente all’epoca). Si trattava di persone immuni alla pestilenza pagati in base ai cadaveri recuperati che poi trasportavano su carretti accompagnati dal suono di campanelli per far allontanare la gente.
 
Nella storia della musica, fra il ‘600 ed il ‘700, i castrati (detti musici o evirati cantori) erano cantanti molto richiesti. Si trattava di maschi adulti con voce di soprano, mezzosoprano e contralto (registri tipicamente femminili), ottenuta mediante castrazione durante l’infanzia o comunque prima dell’arrivo della maturità sessuale. Bastava avere una voce discreta ed un’inclinazione per la musica per invogliare le mamme a tentare la fortuna. I ragazzini venivano drogati con oppio ed immersi in acqua bollente dai “chirurghi” dell’epoca che poi estirpavano con delle tenaglie gli organi riproduttivi (i testicoli). Chi aveva la fortuna di sopravvivere a tali torture conservava, per sempre, una voce acuta da bambino, ma non è detto che riusciva, poi, a diventare un bravo e famoso cantante lirico. Tra i più celebri castrati si ricorda Carlo Broschi, in arte Farinelli. Verso la fine del XVIII secolo, i cambiamenti nel gusto musicale e operistico e l’evoluzione dei costumi segnarono la fine per i castrati. L’ultimo grande castrato italiano fu Giovanni Battista Velluti (1781-1861), che interpretò l’ultimo ruolo operistico scritto appositamente per un castrato.
 
 
 
 
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