IL NOBILE NERO

 
IL PRINCIPE DI SAN SEVERO
 
 
Chi ha avuto modo di leggere alcuni interventi in cui parlo di Napoli, in merito  agli annosi problemi che attanagliano la città e al quotidiano, si sarà reso conto del sentimento di odio-amore che nutro nei suoi confronti.  Discorso diverso, invece, è il considerare la metropoli da un punto di vista culturale ed artistico. Come alcuni asseriscono, e ne sono convinto, è una – se non l’unica – città con maggior concentrazione di bellezze naturali e di opere di alto interesse storico e artistico, un immenso patrimonio culturale. Tra questi si annovera la "Cappella di San Severo" o di "Santa Maria della Pietà" sita nel centro storico della città.
Il suo creatore, Raimondo di Sangro VII principe di Sansevero è stato un letterato, un militare, un inventore, un anatomista ed esoterista massone nato a Foggia nel 1710 e morto a Napoli il 1771, su cui sono nate molte leggende.   
Orfano di madre dalla tenera età, fu affidato ai nonni paterni che a 10 anni lo mandarono a studiare presso la Scuola Gesuitica di Roma dove restò fino a 20 anni. Suo padre, essendo stato accusato dell’uccisione del papà di una ragazza di Sansevero di cui si era invaghito e successivamente anche del suo accusatore, andò a Vienna per sfuggire all’incarcerazione e successivamente si ritirò presso un convento a Roma dove prese i voti. Napoli era la dimora stanziale della famiglia e Raimondo vi fece ritorno non appena terminati gli studi. Nello stesso anno, per procura, giacché viveva nelle Ande, sposò la quattordicenne Carlotta Gaetani d’Aragona che conobbe poi solo sei anni dopo il matrimonio. Durante la sua vita il principe si occupò di molte cose sia di natura militare, artistico e culturale, che di invenzioni e di alchimia. Attigua al palazzo di famiglia, separato da un vicolo, si trova tuttora la loro cappella gentilizia che una delle leggende vuole sia stata fatta costruire dagli antenati del principe nel 1593 su un antico tempio di Iside ed i cui lavori di restauro ripresero nel 1744, 100 anni dopo, ad opera di Raimondo. Lavori che prosciugarono le casse di famiglia e durarono fino alla morte del principe ma che resero la piccola chiesa con i suoi influssi massonici e le allegorie, un capolavoro del barocco napoletano a cui parteciparono famosi artisti dell’epoca.
 
 
La cappella è nota principalmente per le sue tre statue che la adornano, due delle quali ("Pudicizia Velata" e  Cristo Velato") sembrano coperte da un velo trasparente di marmo che però è tuttuno con la scultura e ad oggi non si è ancora capito quale sia stata la tecnica utilizzata per la loro realizzazione. Stesso discorso per la terza statua intitolata "Disinganno" sulla quale è presente una rete creata col marmo. Una delle ipotesi, da parte degli estimatori moderni del principe, è che si tratti del risultato di un procedimento inventato dal Principe per "marmorizzare" un tessuto. Tale procedimento, però, non è stato ancora messo alla prova e tutt’oggi non sembrano esserci spiegazioni convincenti. Una possibile interpretazione delle allegorie verte sul messaggio illuminista: attraverso la ragione l’uomo raggiunge il disinganno e si libera delle false verità. Nella "Cavea Sotterranea" della cappella sono presenti due particolari "mummie" definite dal principe "macchine anatomiche" e si tratta di due scheletri umani (una donna di colore ed un uomo) con presente l’intero sistema circolatorio (capillari compresi). Non si conosce in che modo tali strutture siano state ottenute e leggenda vuole che il Principe avesse ottenuto tale "metallizzazione" del circuito sanguigno "iniettando" un composto di sua invenzione e che, quindi, i due soggetti dovevano essere ancora vivi al momento dell’esperimento (si noti che all’epoca non esisteva ancora la siringa!). Che si tratti di "macchine" o di veri corpi non è tuttavia certo dacché i proprietari della Cappella hanno sempre opposto il loro rifiuto a far eseguire qualunque tipo di indagine.
 
 
 
Fu facile, per il popolino, far nascere vicende magiche e misteriose sull’erudito e misterioso VII Principe di Sansevero, il quale peraltro nulla fece per screditare tali dicerie anzi, ammanta la propria vita di segretezza rinchiudendosi per giorni nei suoi laboratori alchemici, dove studiava e realizzava i suoi esperimenti, i suoi studi e le sue "invenzioni". Si aggiunga che, nei sotterranei del Palazzo, era stata installata una tipografia che, con i suoi rumori decisamente originali per l’epoca, ben poteva alimentare ulteriori dicerie. Dalle accuse generiche di alchimia, stregoneria e ateismo, si passò ad altre più particolari e, a quanto è dato di sapere, prive di alcun fondamento, come quella di far rapire poveri e vagabondi per ignobili esperimenti. Per questo e per altro viene soprannominato "nobile nero".
 
 
 
 
 
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