MONACI GUERRIERI

 
 
SE I DOB DOB RITORNASSERO?!
 
 
[A picture of an anonymous Sera dob dob taken before 1959. Sera Project archival collection] 
 
A riguardo dell’attualità del buddhismo nel quadro delle crescenti ingiustizie sociali e della crescente crisi ambientale e civile del mondo moderno, voglio rendervi partecipi di un articolo sui "monaci guerrieri" che ho letto in questi giorni su una rivista di "Focus Storia".
Se si guarda alla storia del Tibet, gli ultimi novecento anni confermano la natura individuale e non cinese della cultura, della lingua, della spiritualità e delle credenze del popolo tibetano. Una autonomia piena e indiscussa. Questa autonomia e differenza, anche in contrapposizione alla cultura cinese, è stata utilizzata per oltre cinquecento anni dai mongoli e dai Qing per governare la Cina e per dare unità politica alle popolazioni dell’Asia interna che erano state chiamate a reggere la Cina in virtù delle proprie conquiste militari. Fu allora che il Tibet uscì dal proprio isolamento e, accettando di entrare a far parte delle vicende cinesi, dando sostegno ideologico, amministrativo e letterario a due dinastie straniere in Cina (i mongoli dal 1212 al 1368 e i Qing dal 1644 al 1911), confuse irreparabilmente la propria storia con quella della Cina fino al punto che a livello amministrativo, linguistico, artistico, architettonico e politico è impossibile, oggi, fare la storia del Tibet e della Cina in modo separato. 
Le dure proteste condotte da monaci mostrano l’attivismo buddhista, mentre i monaci che scagliano pietre contro i cinesi in Tibet, oppure che si radunano in massa contro le forze armate del Myanmar, possono suonare come note stridenti. A noi occidentali è noto che il buddhismo insegna la gentilezza anche nei confronti del più acerrimo nemico e lo ha fatto per più di 2.500 anni. Tuttavia esplosioni sporadiche di violenza sono diventate sempre più frequenti nelle società buddhiste asiatiche che lottano contro la dominazione straniera e regimi oppressivi. In ampie manifestazioni di protesta, ultimamente,  monaci dalle vesti cremisi  si sono uniti ai cittadini comuni che hanno dispiegato bandiere tibetane chiedendo l’independenza dalla Cina. Queste scene sono contrarie alla filososfia buddhista del rifuggere la politica e dell’accettare anche i nemici più aspri – nozione alla quale la fede ha aderito, con alcune eccezioni tumultuose, nella sua storia – di cui parlerò appresso.
"Di questi tempi predicare non è abbastanza. I monaci devono agire per migliorare la società, per eliminare il male"
dice Samdhong Rinpoche, primo ministro del governo tibetano in esilio e lama di alto rango.
"Usate i mezzi pacifici quando sono appropriati, ma quando non fossero appropriati, non esitate a ripiegare sull’uso della forza"
disse il penultimo, ora morto, Dalai Lama quando il Tibet combatté i cinesi negli anni ’30.
Nonostante l’aspetto passivo di questa fede, è da molto tempo che esiste una sua vena aggressiva……….
 

[Monaci nel monastero di Rumtek, Sikkim]
 
Il Tibet è esistito come nazione indipendente solo prima del 1300 d.C.
Successivamente, caduto l’impero mongolo, sia la Cina sia il Tibet riconquistarono l’indipendenza.
I rapporti fra Cina e Tibet assunsero la forma di regolari scambi di cortesie diplomatiche fra due governi indipendenti. Lo sforzo del monaco tibetano Changchub Gyaltsen di far sparire tutte le tracce dell’amministrazione mongola costituì, per il Tibet, una vera e propria dichiarazione d’indipendenza dall’influenza straniera e un tentativo di
ricerca di una identità nazionale.
Nel 1374 un giovane di nome Tsongkhapa cominciò a frequentare le principali scuole di buddhismo tibetano e studiò sotto la guida di eminenti lama. Tsongkhapa fondò un monastero a Ganden, vicino a Lhasa, dove gli apparve Atisha, lo studioso bengalese dell’XI secolo il cui contributo era stato fondamentale per la seconda diffusione del buddhismo in Tibet. Anche se è probabile che Tsongkhapa non intendesse fondare una nuova scuola di buddhismo, i suoi insegnamenti attrassero molti discepoli, i quali trovarono nel suo desiderio di ritorno ai precetti originari di Atisha una interessante alternativa alla via seguita dai precedenti ordini politicamente corrotti di Sakyapa e Kagyupa. Nel 1445, i suoi discepoli fondarono un monastero (Tashilhunpo) presso Shigatse e il movimento cominciò a essere conosciuto con il nome di ordine Gelugpa  o 
Gelug (virtuoso). I mongoli cominciarono a interessarsi al nuovo e sempre più potente ordine del Tibet ai tempi della terza guida reincarnata del Gelugpa, Sonam Gyatso (1543-88). Con un gesto che ricordava l’ingresso dei Sakyapa sulla scena internazionale nel XIII secolo, Sonam Gyatso, nel 1578, accettò l’invito a incontrare Altyn Khan (capo mongolo lontano discendente  di Genghis Khan). Durante l’incontro, Sonam Gyatso ricevette il titolo di Ta-Le (Dalai), che significa ‘Oceano’, nel suo caso Dalai Lama, ovvero ‘Oceano di Saggezza’. Al titolo fu dato valore retroattivo e venne quindi conferito anche alle due precedenti reincarnazioni, cosicchè Sonam Gyatso divenne il terzo Dalai Lama.
 
[Statua di Tsongkhapa – Monastero Kumbum, Qinghai (Amdo), Cina]
 
Possiamo affermare, a grandi linee, che il Tibet dal 1300 al 1950 è sempre stato parte integrante della Cina ma con un ampia autonomia locale.
In Cina, dopo anni di sconvolgimenti interni e guerre civili, il regime nazionalistico di Ch’ang Kai Shek venne sconfitto e il 21 settembre 1949 fu proclamata la
Repubblica popolare cinese con a capo Mao Tse Tung.
Il nuovo regime comunista non nascose dall’inizio i propri propositi nei confronti del Tibet.
Difatti, nel 1950 il Tibet fu invaso dai cinesi e fu abolita ogni tipo di autonomia e con la repressione della rivolta di Lhasa essi assunsero il controllo di tutti i principali passi
fra il Tibet e l’India. Una successiva repressione avvenne nel 1959 quando centinaia di tibetani vennero uccisi dalle truppe cinesi.
La Regione Autonoma del Tibet (T.A.R.) venne ufficialmente alla luce solo nel 1965, fra squilli di tromba e racconti di tibetani felici che cercavano di ricacciare indietro lacrime di gratitudine nei confronti della grande madrepatria. Nel frattempo, però, in Cina stava cominciando un periodo di disordini. E fu proprio prima dell’occupazione del Tibet da parte della Cina del 1959, che i cosidetti "monaci guerrieri" a volte avevano più potere e armi dell’esercito.  Il monastero Sera di Lhasa, fonte delle recenti proteste, era particolarmente noto per i suoi guerrieri di élite, i "Dob-Dob" (ldob ldob), che nel 1947 presero parte ad una ribellione che costò 300 vite.
 
[Giovani monaci in un monastero tibetano] 
 
All’epoca, la confraternita dei Dob-Dob si distingueva dagli altri monaci per l’acconciatura (capelli lunghi tenuti a ciocche dietro le orecchie), per vestire diversamente e per essere sempre armati (coltelli o spade), ma la loro caratteristica peculiare era la professione di una dottrina rivolta ai piaceri e alla mancanza di regole, decisamenete diversa da quella tipica e pacifista del buddismo. Seppur strano, i monaci avevano bisogno di simili rissosi "colleghi" sia perché gli vennero assegnati funzioni di polizia e sia perché attraverso l’ordine dei "monaci guerrieri" le istituzioni monastiche "sfruttavano" e tenevano sotto controllo i giovani "devianti", ovvero coloro che per carattere ed indole non erano in grado di mantenere voti e rispettare regole. Comunque, dopo i 40 anni i Dob-Dob venivano reintegrati nei monasteri (disarmati) con funzioni amministrative e addetti alla disciplina.
Praticamente, tutti i bambini tibetani venivano mandati in età prepuberale presso i monasteri per ricevere istruzione ed un’educazione monastica che era ed è alla base della religione buddista. Tra i novizi i monaci "insegnati" potevano scegliere i propri "preferiti" e tra loro si instauravano rapporti più stretti, un pò come avveniva con gli antichi istitutori greci. A circa diciotto anni i ragazzi dovevano poi decidere del loro futuro, se abbandonare del tutto la tonaca, continuare nello studio delle pratiche religiose, oppure rimanere nel monastero con altri ruoli. Le teste calde, gli insofferenti ed i violenti potevano scegliere di diventare dei Dob Dob, per esempio, in modo tale da continuare a mantenere i voti e, al contempo,
soddisfare i propri desideri mondani. Rimanere monaci era vantaggioso e dava comunque dei privilegi.
I giovani Dob Dob venivano avviati, così, all’addestramento sportivo che terminava in gare, specialmente tra gruppi di differenti monasteri. Infatti la rivalità tra le diverse confraternite era molto forte, sebbene alla base c’era solo la voglia ed il bisogno di "sfogare" l’aggressività (l’ordine dei Gelugpa era il più famoso). I "monaci guerrieri" all’interno delle varie confraternite sceglievano autonomamente i propri leaders ed i nuovi membri, prediligendo, ovviamente, i giovani che si dimostravano più forti e corpulenti. All’interno del monastero, a loro toccavano i lavori manuali più duri e funzioni di polizia durante le grandi cerimonie religiose. Essi facevano da scorta a prelati, nobili e mercanti quando in viaggio in zone remote e pericolose. A quei tempi i monasteri erano come piccole cittadine, importanti centri politici e commerciali.
Possedevano vaste tenute e le attività artigianali e commerciali con personale amministrativo doveva spesso essere "controllato".
Per un Dob Dob la religione contava poco e molti di loro si guadagnarono una discutibile fama. Descritti come oltraggiosi, rozzi e rissosi, i monaci guerrieri avevano anche anche la nomea di essere omosessuali. Si diceva che rapissero spesso giovani fanciulli per soddisfare i propri bisogni sessuali (ai monaci sono vietati rapporti eterossesuali). Ma, nonostante tutto, nessun tibetano ritenne in cuor suo i Dob Dob dei cattivi monaci. Al contrario, molti venivano stimati dalla popolazione perché gli unici ad intervenire in aiuto dei più deboli ed erano considerati sinceri e disinteressati più degli altri monaci.
Nel 1959 fu l’ultima volta che i monaci guerrieri, ufficialmente,
usarono con eroismo le armi per tentare di liberare il loro paese dai soldati cinesi. Migliaia di uomini, donne e bambini vennero massacrati nelle strade di Lhasa e in altri luoghi. Il 17 marzo 1959 il Dalai Lama abbandonò Lhasa per cercare asilo politico in India. Egli fu seguito da oltre 80.000 profughi tibetani. Mai, prima nella loro lunga storia, tanti tibetani erano stati costretti a lasciare lo loro patria in circostanze così difficili. Oggi ci sono circa 130.000 profughi tibetani dispersi in tutto il mondo. La sollevazione si stima abbia comportato una strage di almeno 65.000 persone (cifre più attendibili indicano in 80.000 vittime e 300.000 profughi). Per il Tibet iniziò un periodo tragico e buio, privato com’era del suo capo di stato e guida spirituale.
Il resto è storia recente. 
 
 
Questa voce è stata pubblicata in Storia & Leggenda. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...