Festività pagane

 
San Valentino  &  Lupercali
 
 
La festa di San Valentino, conosciuta in tutto il mondo e festeggiata oggi , il 14 Febbraio, è dedicata a Valentino da Interamna (Interamna Nahars, Roma 176 – 273 d.C.) un vescovo e martire cristiano le cui spoglie sono attualmente custodite nella basilica di Terni con accanto una statua d’argento che reca la scritta: ‘San Valentino patrono dell’amore’ Egli patì il martirio sotto il regno di Aureliano per aver predicato il Vangelo e per aver unito in matrimonio una giovane credente cristiana ed un legionario romano di religione pagana. La festa in suo onore, come santo dell’Amore, venne istituita un paio di secoli dopo la sua morte, nel 496, quando papa Gelasio I decise di eliminare la festività pagana della fertilità chiamata in latino “Lupercalia” e dedicata al dio Luperco.
(Già nell’anno 380 l’imperatore Teodosio aveva emesso un editto col quale la fede cattolica diveniva la religione ufficiale dello stato e quindi da quel momento tutte le festività pagane dovevano essere abolite).
 
 
 
Le origini di tale antica festa sono avvolte nella leggenda e secondo alcuni i Lupercali erano delle festività religiose ai tempi dei romani,  celebrate il 15 febbraio in onore della divinità pastorale di Luperco, in latino Lupercus cioè protettore del bestiame ovino e caprino dall’attacco dei lupi (divinità incorporata insieme a Inuus e Pan nella figura del dio Fauno Luperco). Secondo un’altra ipotesi, avanzata da Dionisio di Alicarnasso, i Lupercali ricordavano, invece, il miracoloso allattamento dei gemelli Romolo e Remo da parte della lupa; essi venivano celebrati nella grotta chiamata appunto del “Lupercale”, sul colle Palatino dove, secondo la leggenda, i fondatori di Roma, Romolo e Remo sarebbero cresciuti allattati da una lupa (in latino “lupa” significa anche prostituta e probabilmente la lupa che allattò i gemelli potrebbe riferirsi alla moglie di Faustolo (Acca Larenzia), il guardiano di porci che aveva trovato i neonati.  
 
 
Secondo una leggenda, narrata anche da Ovidio, al tempo del re Romolo vi sarebbe stato un prolungato periodo di sterilità nelle donne (le Sabine rapite erano quasi tutte sterili) . Perciò donne e uomini si recarono in processione fino al bosco sacro di Giunone, ai piedi dell’Esquilino, per chiedere una supplica. Attraverso lo stormire delle fronde, la dea rispose che le donne dovevano essere penetrate da un sacro caprone spaventando le donne, ma un ‘augure etrusco’ interpretò l’oracolo nel giusto senso di sacrificare un capro e tagliare dalla sua pelle delle strisce con cui colpire le donne affinché dopo dieci mesi lunari potessero  partorire.
Pertanto, successivamente la festa era celebrata da giovani sacerdoti chiamati Luperci, nudi con le membra spalmate di grasso e una maschera di fango sulla faccia; solo intorno ai fianchi portavano una pelle di capra ricavata dalle capre (probabilmente maschi) sacrificate nella grotta del Lupercale. Altra pelle di capra veniva tagliata a strisce per diventare dei maneggevoli frustini nelle mani dei luperci divisi in due schiere. Da una parte i “quinctiales” legati alla famiglia “Quinctii” e associati a Romolo e dall’altra i “fabiani” legati alla famiglia “Fabii” e associati con Remo). Dopo il 45 a.C. si aggiunse il terzo gruppo dei”iuliani” in onore a Giulio Cesare che seduto sul seggio vedeva i luperci arrivare.

 
Plutarco riferisce che nel giorno dei Lupercalia la festa partiva con l’iniziazione di due nuovi luperci, col classico rituale del coltello insanguinato posto sulla fronte dei giovani  (sangue delle capre sacrificate, poi pulito con lana intrisa di latte).

Dopo un pasto abbondante, tutti i luperci, compresi i due nuovi iniziati, dovevano poi correre intorno al colle Palatino saltando e colpendo con le fruste sia il suolo per favorirne la fertilità sia chiunque incontrassero, ed in particolare le donne, le quali per ottenere la fecondità in origine offrivano volontariamente il ventre. In questa seconda parte della festa i luperci erano essi stessi contemporaneamente capri e lupi: erano capri quando infondevano la fertilità dell’animale (considerato sessualmente potente) alla terra e alle donne attraverso la frusta, mentre erano lupi nel loro percorso intorno al Palatino.
In origine la nudità da parte degli officianti e delle partecipanti era considerata normale e naturale e, trattandosi di uno dei riti più trasgressivi presenti a Roma, si può poi immaginare cosa avvenisse dopo o durante il tragitto tra bosco e città.  
 

 

Secondo il filologo francese Georges Dumézil i Luperci rappresentavano gli spiriti divini della natura selvaggia subordinati a Fauno. Nel giorno dei Lupercalia, infatti, l’ordine umano regolato dalle leggi si interrompeva e nella comunità faceva irruzione il caos delle origini, che normalmente risiede nelle selve.
 

 

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