La contessa Sanguinaria.

Elizabeth Bathory

Durante il Natale del 1609 il re d’Ungheria Matthias II (poi imperatore) mandò alcuni uomini a controllare il massicio castello di Csejthe (Cachtice), perché aveva sentito dire che parecchie donne giovani della zona fossero tenute lì prigioniere, se non uccise addirittura. La scrittrice francese Valentine Penrose ha descritto che cosa è accaduto nel libro “Erzsébet Báthory, La Comtesse Sanglante” del 1962, tradotto come “La contessa sanguinaria”, così come raccontato in La condesa sangrienta” della poetessa argentina Alejandra Pizarnik nel 1969. Un resoconto romanzato può essere trovato, invece, in “Blood Countess” di Andrei Codrescu, che fornisce una buona ambientazione all’accaduto. Tuttavia, i fatti derivano da una monografia della storia ungherese del diciottesimo secolo, scritta da Father Laslo Turáczi nel 1744 e da una pubblicazione tedesca del 1796, che si occupò delle leggende del ‘lupo-mannaro’ in giro nel mondo.  

 

Rovine del castello di Cachtice

Il gruppo d’uomini inviato in cerca di prove, doveva fare attenzione perché la bella proprietaria del castello, conosciuta per i capelli nero brillante e per la sua pallida carnagione, era di sangue reale ed aveva relazioni con re, principi e cardinali. Era la vedova di un ricco conte ungherese conosciuto come “l’eroe nero”, per il suo coraggio durante le battaglie contro gli invasori turchi, nonché la cugina del Primo Ministro Gyorgy Thurzo e la nipote di Stephen Báthory ex re di Polonia. Pertanto, se le voci persistenti dovevano risultare infondate c’era il rischio di inimicarsi la contessa, mentre, se vere, si doveva pur far qualcosa per fermarla.

Stephen Bathory, re di Polonia  

 

In giro si diceva che proprio quella notte, al castello, doveva esserci una nuova macabra cerimonia, una cosa da prendere in considerazione se si voleva incriminare la nobildonna almeno di stregoneria, sebbene si sperava di coglierla in flagrante per altri atti devianti. La gente del villaggio, giù la collina, spesso affermava di udire grida provenienti dal castello e parlava di ragazze scomparse o di uccisioni. Lo stesso re aveva acconsentito alla spedizione perché era venuto a conoscenza che la contessa avesse rapito 9 fanciulle di buona famiglia.

Il gruppo partecipante al raid era formato dal prete che aveva sporto denuncia, dal primo ministro Thurzo, dal governatore del posto (anch’egli un parente della contessa) e da parecchi soldati. La loro, doveva essere un’incursione improvvisata e non una visita programmata, anche per evitare di essere avvelenati da una qualche pozione preparata dalla contessa – che si diceva esperta nelle “arti nere” – semmai offerta come bibita al loro arrivo. Il freddo ed il buio rese difficile il viaggio e per evitare di essere scoperti, cautamente si arrampicarono in silenzio su per la collina verso il castello fino ad arrivare, senza essere scorti, alle mura. La maggior parte delle finestre erano buie e, dal momento che il castello era molto grande, occorreva ispezionare molti posti. Con stupore si accorsero che il grande portone di legno era socchiuso, quasi come se qualcuno li stesse aspettando.

Interno del castello
Mentre entrarono un gatto li fece sobbalzare, poi altri uscirono dall’ombra. Il prete ne contò almeno sei – avevano sentito dire che la contessa stregava i gatti per usarli come emissari – per questo il sangue gli si congelò. Entrati, nel corridoio videro una ragazza mezza nuda distesa a terra. Non sapevano se ubriaca o dormiente così alcuni di loro si avvicinarono. Era bianca e forse morta, ma poi udirono un gemito proveniente più avanti nel corridoio e, accorsi, trovarono un’altra ragazza seduta sul pavimento pallida e con il corpo pieno di piccoli buchi. Sembrava senz’anima ma, sebbene ancora viva, era inutile tentare di portarla al villaggio, il viaggio, non facile, richiedeva troppo tempo. A malincuore la lasciarono e proseguirono, mentre nell’aria un disgustoso odore di decomposizione aumentava. Più avanti un corpo femminile legato ad una colonna presentava segni di ustioni e tagli di frusta. Anche questo era pallido e inanimato. Qualunque cosa era capitata a quelle ragazze, doveva aver a che fare con riti di sangue e cerimonie sataniche.
La torre di prigionia
Impauriti, gli uomini cercarono le scale per raggiungere la torre di prigionia, mentre Thurzo, che da bambino era già stato lì, fece da guida. I battiti accelerati dei loro cuori eravano duri come le fredde pietre di quelle mura. Nel buio, non lontano, sentirono dei rumori e dei lugubri pianti. Seguendo quei suoni trovarono delle celle con donne e bambini richiusi, molti dei quali col corpo straziato da ripetute ferite. Era chiaro che anche queste persone dovessero essere sacrificate ed erano, ora, più fortunate di quelle che il gruppo aveva già incontrato. Prima di avventurarsi ulteriormente i prigionieri furono liberati e si dice che il gruppo trovò, poi, una grande stanza illuminata da molte torce e con degli strumenti di tortura in cui erano evidenti i segni di un’orgia appena avvenuta. Non c’è un’esatta descrizione di cosa è stato realmente trovato quella notte, dal momento che senza documenti scritti e dopo centinaia d’anni la realtà ha cominciato a fondersi con la leggenda. In parte vengono in aiuto, per questo, i verbali giudiziari redatti durante il successivo processo.  

 

Emblema Bathory
Il suo nome era contessa Erzsébet Báthory ed era un membro di una famiglia potente, proprietaria della zona intorno le montagne carpatiche, vicino Trencín.
J. Gordon Melton nel suo The Vampire Book dice che era nata nel 1560 ed era la figlia di Gyorgy Bathory Ecsendy, un protestante (una nuova religione a quei tempi), e di Anna Bathory Somlyoi, due antiche e ricche famiglie. Durante quel periodo, l’Ungheria partecipava a numerose battaglie fra l’impero ottomano e gli eserciti austriaci degli Asburgo. Alla morte del padre, Erzsébet appena di 10 anni fu mandata a Ecsed, una loro proprietà in Transilvania dove trascorse per poco la sua l’infanzia. Già a 11 anni, per motivi economici, fu promessa in matrimonio all’allora tredicenne conte Ferenc Nádasdy e per tale motio fu poi mandata nel castello di questi a Sárvár (proprietà cherientrò tra i regali di nozze ricevuti).
Erzsébet non era una bambina facile, né lo fu la vita per lei, malgrado fosse un membro della classe benestante e avesse ricevuto un’ottima istruzione. Soffriva d’emicrania e da collere incontrollate (qualcuno ritiene potesse trattarsi d’epilessia) che indicavano un disordine mentale probabilmente connesso con la forte aggressività. Durante la permanenza nella casa dei suoceri, a circa 14 anni, ebbe un rapporto con un contadino che la ingravidò. Per evitarle lo scandalo le fu sottratto il bambino alla nascita (non si sa se ucciso o dato alla famiglia del contadino) e si tenne il fatto segreto.
Emblema Nádasdy
All’età di 15 sposò il conte Ferencz Nádasdy, il rampollo di una delle famiglie più ricche e potenti d’Ungheria, infatti, suo padre Tamas Nádasdy era uno degli aristocratici più potenti del regno. Il ragazzo divenne, in seguito, un gran guerriero e per questo si assentava spesso dal palazzo. Erzsébet venne così a far parte di un’altra famiglia politicamente potente ma tutte note per i loro sprazzi di follia, depravazione e crudeltà. Si dice che da bambina, al castello, Erzsébet avesse subito continue violenze sessuali da parte del nonno. Sua zia, una signora distinta, era ritenuta, invece, una lesbica e una strega. Suo zio, alchimista, era considerato un servitore-del-diavolo, mentre suo fratello era un depravato intorno a quale nessun bambino maschio o femmina era considerato sicuro. A quel tempo suo cugino Stephen era diventato principe di Transylvania e stava progettando di unire molti paesi dell’Europa per combattere contro i Turchi, sebbene le numerose battaglie organizzate avessero esaurito le sue risorse economiche. Stephen era conosciuto per la sua malvagità e gli studiosi lo citano, tra l’altro, come prova di un qualche “disturbo” nella evoluzione genetica della famiglia. Dulcis in fundo, durante la sua infanzia la balia di Erzsébet fu Ilona Joo, arrestata nel 1610 perché aveva ucciso numerosi bambini nelle sue pratiche di magia nera.
“True Vampires of History”
Donald Glut in True Vampires of History (riprendendo i discorsi di Penrose) dice che, mentre Erzsébet cresceva (probabilmente con l’aiuto della nutrice), si esercitava nella stregoneria e nei primi anni scrisse su una pergamena (Penrose riferisce di una placenta di un neonato) un incantesimo di protezione:
“Quando sono in pericolo mandami novantanove gatti. Ti ordino di fare così perché sei il comandante supremo dei gatti….. ordina ai novantanove gatti di accorrere veloci per mordere il cuore del re Matthias… e proteggere Elizabeth.”
Nel castello di Sarvar, Erzsébet imparò anche come mandare avanti una grande proprietà la cui gestione era passata totalmente nelle sue mani dopo la morte della suocera. Il suo crudele comportamento verso i servi divenne leggendario, sebbene non era raro, fra gli aristocratici, esercitare la loro superiorità con atti brutali e perfino con pene di morte per coloro che erano -da loro- considerati esseri inferiori. Erzsébet aveva tali geni nel suo DNA e aveva vissuto in quest’entourage, mentre i suoi impulsi ebbero maggior impeto anche a causa dell’assenza di responsabilità imputabile alla sua giovane età.
Castello di Sarvar
Varie fonti affermano che la ragazza risultava essere anche narcisista, cambiandosi d’abito cinque o sei volte al giorno, passando ore ad ammirare la sua leggendaria bellezza allo specchio ed usando oli e unguenti, in ogni circostanza, per conservare ed sbiancare la sua pelle. Gli era stato concesso qualunque cosa aveva desiderato ed era solita pretendere continui elogi.
Uno dei primi che la iniziò alla magia nera fu il mentore Thurko, con cui ebbe anche una relazione, e si dice che fuggirono insieme dal castello per una breve storia d’amore. Perdonata dal marito per questa fuga d’amore, Elizabeth entrò in conflitto con la suocera; ciò la rese molto nervosa facendo aumentare le sue crisi di mal di testa convulsivi. Nessuno può immaginare come il matrimonio la cambiò, ma non vi sono dubbi che il marito incoraggiasse il suo istinto sadico.
(Penrose dice che Nádasdy tollerava solo la crudeltà di Erzsébet e non era lui a torturare i servi, mentre altre fonti affermano che era un duro ed era stato lui in prima persona ad insegnare a sua moglie come punire i subalterni). Uno dei suoi presunti metodi era quello di spandere del miele sul corpo della serva per lasciarla poi legata all’esterno in balia di insetti e api. Forse era lui che aveva mostrato a Erzsébet come procurare la morte mediante congelamento, versando acqua sopra il corpo della malcapitata e lasciandola poi nuda all’aperto, fino a che il corpo non si induriva senza potersi più muovere. Inoltre, aveva incoraggiato Erzsébet a picchiare le servitù a morte, cosa che, si dice, le procurava gran piacere. Mentre in guerra, a volte aveva mandato alla moglie incantesimi di magia dal posto in cui si trovava per rinforzare, si dice, il suo amore.
Countess Bathory, by Istvan Csok
Durante le continue assenze di Nádasdy, Erzsébet dedicava molto tempo alla magia e portava questi a conoscenza dei suoi progressi. Donald Glut rivela il contenuto di una missiva in cui la nobildonna descrive un rituale di sangue così come l’amante gli aveva insegnato: Thurko me ne ha insegnato un’altro delizioso. Si prende una gallina nera e la si picchia a morte con una canna bianca. Si cosparge poi il sangue sul corpo della persona oggetto del rituale e se ciò è impossibile si sparge sui suoi indumenti”.
Erzsébet Báthory ebbe anche molti amanti sebbene, come la zia, non disdicesse rapporti lesbici. Ebbe, ovviamente, anche un seguito di persone dedite alla magia, all’alchimia e alla stregoneria che sovente passavano al castello. Uno di questi fu un nobiluomo con pelle pallida e lunghi capelli scuri che, secondo Glut, si supponeva bevesse sangue umano (Penrose suppone, invece, si tratti di una donna) e venne invitato a vivere al castello per trasmettere le sue conoscenze alla contessa. Quando lei si stancò lo (o la) mandò via ritornando a praticare da sola (Glut afferma che l’ospite fu probabilmente ucciso).
Dopo 10 anni di matrimonio e dopo avere generato quattro bambini, tre maschi ed una femmina, nel 1601 Nádasdy fu colpito da una malattia che pian piano gli fece perdere l’uso di una gamba e morire anzitempo nel 1604. Così, all’età di 44 anni, Erzsébet rimase vedova (Glut suggerisce che lo avvelenò.) La contessa approfittò della morte prematura del marito per cacciare dal castello la suocera e divenire la signora incontrastata di tutte le ricchezze della famiglia Nadasdy. In questo periodo lei si trasferì in un suo castello a Vienna, ma per poco. Qui ebbe una vita sociale più attiva, ma poi fece ritorno alle sue proprietà in Ungheria dove poteva dedicarsi a riti e torture con più segretezza.
Ferenc II o Francisco, Conte Nádasdy de Nadasd
Gordon Melton afferma che fino al 1609, per la sua “attività criminale”, la contessa era una figura poco nota, prima conosciuta come Anna Darvulia e poi come la vedova Erzsi Majorova. Non agiva da sola, ma si suppone fosse lei ad incoraggiare il rapimento delle ragazze. Giovani ragazze o bambini cominciarono a scomparire dai villaggi vicini e lontani. Le famiglie non sapevano cosa fare ed avevano paura di accusare dei nobili e quindi solo in confessione, ai preti, raccontavano ciò che sapevano. Per anni la carrozza di casa Nádasdy, trainata da cavalli neri, era stata vista correre di notte per portare giovani fanciulle al castello, mentre nessun contadino aveva mai visto il contrario. Non c’era il coraggio di parlare e di rischiare di nuovo una dura repressione come quella subita durante la rivolta dei contadini del 1524. L’antropologo tedesco Michael Wagener precisa che Erzsébet continuò ad usare la tortura dopo la morte del marito e raffinò anche i suoi metodi. E dice: “le sfortunate ragazze allettate dall’idea di lavorare al castello, venivano rinchiuse in cantina. Qui spesso erano picchiate fino a quando i corpi erano gonfi. Erzsébet torturava spesso le vittime da sola e cambiava i loro vestiti pieni di sangue per ricominciare la tortura. I corpi rigonfi potevano a questo punto essere tagliati con dei rasoi. Occasionalmente li tagliava a pezzi, ma solo se li doveva bruciare.” Alcune testimonianze affermano che era psicotica e che la malattia mentale aumentò con l’età. Molti di questi particolari vennero fuori solo durante le udienze processuali.
David Everitt nel suo Human Monsters” del 1993 indica che a volte cuciva la bocca delle ragazze forzandole a mangiare pezzi di carne tolti dal loro stesso corpo o a bruciare i loro genitali. Michael Wagener racconta, invece, che una volta mentre era malata e non poteva dar sfogo alla sua crudeltà, come una bestia selvaggia diede un morso ad una persona che si era avvicinata al suo letto. Quando le giovani ragazze dei villaggi cominciarono a scarseggiare, Erzsébet, per la prima volta, pose il suo sguardo su ragazze di più alto ceto. Se fino ad ora era riuscita a caversela, l’arroganza la portò all’esagerazione così come capitato ad altri serial killer. Tale novità la eccitava enormemente.
Sabine Baring-Gould
L’autore inglese Sabine Baring-Gould con The Book of Werewolves” del 1865, ha preso a riferimento il comportamento della Erzsébet per parlare in merito a certi fenomeni psicologici. “La crudeltà può rimanere latente fino a quando, per caso, viene fuori ed esplode poi violenta.” Egli afferma che la passione per il sangue segue lo stesso modello: “Non possiamo immaginare con quanta violenza tali persone possono infierire fino a quando le circostanze non li portano a reagire…. la passione travolge e porta via la serenità. Una parola, uno sguardo un tocco sono sufficienti ad accendere tale passione e rovinare per sempre un’esistenza. La sete di sangue può nascondersi in una persona, perfino in qualcuno che amiamo senza che ce ne rendiamo conto, rimanendo latente e bloccato perché sopraffatto dai principi morali”.
Per avere più cavie a disposizione, Erzsébet cominciò ad offrire lezioni di “comportamento” a rampolli di famiglie nobili. Nel 1609 la contessa tentò di far passare come un suicidio l’uccisione di una di queste ragazze e tale incidente sospetto, insieme alle numerose e continue dicerie che da anni giravano intorno alla nobildonna, portò le autorità, finalmente, ad agire col consenso del sovrano. Qualcuno afferma che il re acconsentì perché tempo prima Erzsébet aveva chiesto il pagamento di quanto suo marito aveva prestato alla corona e, se le accuse su di lei risultavano fondate, il debito veniva, poi, a cadere.
Ritratto della Countess Bathory
In effetti, le voci si erano rilevate fondate e quella notte Thurzo, insieme al gruppo, chiuse Erzsébet nella fortezza lasciando alcune guardie a sorvegliarla. A differenza degli altri, nelle lettere di Thurzo, però, risulta che fu trovato il corpo di una sola ragazza con le mani bruciate e i seni mordicchiati, azioni queste, giustificate dalla contessa in quanto la malcapitata era stata scoperta a rubare delle pere, mentre non veniva menzionata nessuna eventuale orgia, probabilmente per cercare di non infangare ulteriormente la reputazione della famiglia, visto il rapporto di parentela che legava il ministro all’accusata. Mentre la Bathory era in attesa dell’udienza, il castello fu ispezionato in cerca di altre prove e furono trovate ossa e resta umane, insieme a vestiti e oggetti personali di alcune delle ragazze scomparse. Le testimonianze dei luogotenenti di Thurzo parlano, invece, di cadaveri presenti un poco ovunque, a volte senza braccia o occhi, seppelliti in tombe poco profonde o nei camini non completamente bruciati.
Resti del castello visti dalla collina
Gli aiutanti della contessa, suoi complici, (e le poche ragazze sopravvissute) portarono a conoscenza dei giudici di molti particolari, sia per evitare altre torture e sia  perché spinti dalla speranza di ricevere clemenza. Erzsébet non partecipò alle udienze e lei stessa non testimoniò, mentre nel frattempo rimaneva confinata grazie anche all’intercessione di parenti “influenti” che ottennero che lei rimanesse al castello fino all’emissione della sentenza definitiva. Ventuno erano gli addetti alla giuria che, presieduta dal giudice della Corte Suprema Theodosius de Szulo, il 2 gennaio 1611iniziarono il processo. Furono chiamati a deporre numerosi testimoni tra cui i genitori delle persone scomparse, sebbene i principali testimoni fossero i servi della contessa e la gente che l’aveva aiutata nella sua sanguinaria campagna. Secondo Penrose, ai testimoni furono poste sempre le stesse 11 domande e dalle risultanze, alla fine, Erzsébet risultò uno dei più crudeli “mostri” che la storia avesse mai creato. Janos Ficzko, un nano che aveva lavorato per Erzsébet per 16 anni e che secondo le sue dichiarazioni era rimasto al castello contro la propria volontà, non ricordava a quante uccisioni avesse partecipato, dicendo che forse n’erano 37. I corpi di cinque ragazze erano stati nascosti in alcune buche, due sepolti in giardino, due portati di notte in una chiesa e via dicendo. Alcune donne dei villaggi vicini avevano partecipato alla ricerca di ragazze solo con lo scopo di ricevere in cambio soldi o regali. Tali ragazze, scelte per giovinezza, bellezza e per la morbidezza della loro pelle, erano portate al castello con la promessa di ottenere un lavoro. Chi si rifiutava era picchiata e condotta con la forza, legata e poi infilzata con aghi e forbici. Al castello veniva, poi, picchiata a morte (come precisato da Penrose) fino a quando il corpo diventava nero come il carbone. Dorko (Dorotya Szentes), altra complice e procacciatrice di “prede”, tagliava una ad una le dita con una cesoia e poi le vene con le forbici.
Ilona Joo ammise di averne uccise 50 applicando attizzatoi roventi nella bocca o nel naso. Raccontò che ad Erzsébet piaceva forzare l’apertura delle labbra con le mani, strappare pezzi di carne con le tenaglie per infilarvici le dita o picchiare e tagliare a pezzi. Non si fermava neppure se ammalata, facendosi portare, in tal caso, le ragazze vicino al letto, intorno al quale erano posti dei braceri per contenere il sangue. A volte le piaceva bruciare i genitali accendendo dell’olio in mezzo alle gambe oppure usando candele accese. Quando i corpi erano seppelliti in posti segreti, spesso si cantavano delle apposite cantilene. Altri servitori dichiararono che appena arrivate, le ragazze erano chiuse nella torre di prigionia e fatte ingrassare con la speranza di avere, poi, più sangue a disposizione per le magie effettuate al chiar di luna. Le ragazze, spesso, erano obbligate anche a prendere parte a libidinosi atti sessuali e chi si opponeva o dava fastidio era torturata ed uccisa per prima. Un testimone affermò di aver visto, una volta, il diavolo in persona distendersi sulla contessa e dopo averla ammaliata giacere con lei con un enorme organo sessuale. Andrei Codrescu dichiara che solo una serva, tra le tante, si rifiutò di testimoniare contro la contessa e per questo gli furono cavati gli occhi e tagliati i seni prima di venir bruciata sul palo (la punizione destinata alle streghe). Sebbene a quei tempi la tortura fosse un’attività comune per la giustizia e la chiesa, il racconto di simili particolari lasciava, giorno per giorno, i giudici sempre più allibiti. Alla fine, in base alle testimonianze raccolte ed agli scheletri o parti di cadeveri ritrovati al castello, la contessa ed i complici furono condannati per l’omicidio di 80 persone.
Paese visto dal castello
Nella seconda parte del processo fu considerata come prova anche un registro scritto da Erzsébet su cui erano stati annotati nomi e piccoli dettagli di più di 650 persone, probabilmente tutte giunte al castello. Ma non c’erano prove certe sull’uccisione di così tante persone e sebbene Penrose dice che durante il processo, il re Mattia aveva inviato una lettera a Thurzo in cui parlava di circa 300 vittime, il capo d’accusa rimase fermo sulle precedenti 80 uccisioni. Tutti i complici, dopo le torture subite per ottenere delle confessioni, furono giustiziati in modo orrendo: decapitazione, arsi sul rogo o sepolti vivi, mentre nel frattempo i giudici decidevano quale sorte spettasse alla contessa. Il re era favorevole alla pena di morte, ma trattandosi di un nobile, per poter procedere, occorreva che il re promulgasse un altro statuto speciale che privasse, appunto, la contessa dell’immunità reale. In merito al processo, il primo che il re aveva dovuto emettere riguardava, invece, il luogo a procedere contro un nobile, cosa infatti non perrmessa dall’allora vigente normativa. Il ministro Thurzo cercò di far capire che la sua parente aveva, probabilmente, commesso tali crimini senza rendersene conto. Ma i giudici affermarono che l’alto numero d’apparecchiature di tortura presenti al castello lasciava capire che lei provasse piacere a portare avanti i suoi atti devianti, anche se non era in grado di controllare la propria crudeltà. Nonostante ciò, grazie anche ad altre “influenze” esterne, si decise per una ‘carcerazione a vita’ da tenersi in alcune stanze del proprio castello a Cahtice, senza che ci fu neanche una normale sentenza scritta. La contessa continuò a sostenere la sua innocenza adducendo malattie contagiose ed avvelenamento come cause delle morti dei suoi contadini. Il figlio di Erzsébet, come unico erede ed amministratore, scrisse una lettera in favore della madre chiedendo la grazia mentre sua figlia Anna fece solenne giuramento che nè lei nè i suoi figli avessero mai più parlato con Erzsébet.
castello di savar
Così la contessa fu murata nelle stanze (anche porte e finestre) e nel muro fu lasciata sola una fesssura per il passaggio del cibo e dell’aria. Dopo tre anni d’isolamento, nell’estate del 1614, a soli 54 anni, Erzsébet morì. Glut dice che si capì dai piatti di cibo rimasti intoccati vicino alla fessura, mentre chi vi guardò attraverso vide il corpo della donna disteso a terra. Quando la parete fu buttata giù per prendere il corpo, si dice che fu trovato un documento col quale lei era ricorsa alla magia nera per mandare 99 gatti a strappare il cuore ai suoi giudici e accusatori ed il prete che lo lesse, pensò che i gatti che aveva visto quella sera di tre anni prima, potevano proprio far parte di quei 99. Nel libro “The Vampire Companion”, Melton precisa che nessuna prova fu offerta in merito alla presunta abitudine della Báthory di bagnarsi nel sangue delle vittime. Nessuno pose il problema o ne fece testimonianza, inoltre gli atti del processo furono sigillati per non imbarazzare ulteriormente il mondo aristocratoco ungherese, mentre a nessuno fu permesso, in futuro, di menzionare il nome della contessa.
Un secolo dopo Laszlo Turáczi ha raccolto documenti e dicerie ponendoli nel suo libro che parla di vampiri. Melton dice che fu proprio Laszlo Turáczi a parlare per primo dell’abitudine della contessa di fare il bagno nel sangue delle sue vitttime per mantenersi giovane, pubblicando, tra l’altro, il libro in un periodo storico in cui era alta la paura verso i vampiri (Penrose afferma che questa è solo una annotazione nata successivamente). E’ difficile dire quanto di vero c’è in queste leggende ma, sebbene in molti scritti Erzsébet si presenta come un vero vampiro, lei non ha mai bevuto sangue, nonostante Penrose la chiama vampiro nel suo libro e sul suo conto si sono, negli anni, ispirati vari film in cui i vampiri sono donne.
Conte György Thurzo de Bethlemfalva de Arwa
Al di là se Erzébet Bathóry bevve o si  immerse nel sangue, fu sicuramente ossessionata dalla giovinezza, dalle ragazze e dalla loro pelle, divenendo poi un tiranno sanguinario anche durante un periodo in cui gli aristocratici raramente erano sul banco degli imputati per fatti simili. Pur trascurando testimonianze e particolari acquisiti attraverso la tortura, le prove che molte ragazze davvero scomparvero, la testimonianza di superstiti o di persone con ferite e lesioni, nonché la scoperta di resti umani, tutto conferma l’accusa di tortura e di serial killer a carico della Bathóry.
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Una risposta a La contessa Sanguinaria.

  1. cristiano ha detto:

    Articolo che riprende un po’ tutti i luoghi comuni sulla vita e le attività della “Contessa Sanguiaria”, cedendo al fascino del macabro e granguignolesco.
    Per inquadrare bene la figura della donna sullo sfondo dell’Ungheria del tardo XVI secolo (allora Cachtice faceva parte della corona di Santo Stefano mentre oggi si trova in Slovacchia), approfondendo i suoi rapporti con l’aristocrazia magiara e il re Mattia e separando i fatti storici provati da fonti autorevoli dal folklore, consiglio di leggere il documentatissimo saggio di T. Thorne “La Contessa Dracula”, ed. Piemme, che senza nulla togliere alle responsabilità della donna, tuttavia la colloca nella sua giusta prospettiva storica e umana spiegando con fatti e logica che fu semplicemente vittima delle lotte tra i clan aristocratici ungheresi per il dominio sul paese.

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