Solstizio d’Inverno

 

SOLSTIZIO D’INVERNO – YULE
Farlas – Alban Arthuan – Dies Natalis Solis Invicti

 
 

Ricordo di nuovo che i solstizi sono i due momenti dell’anno, nei quali il Sole raggiunge il punto più meridionale o settentrionale della sua corsa apparente nel cielo, rispettivamente al tropico del Capricorno (inverno) e al tropico del Cancro (estate).


Durante il solstizio d’inverno che avviene il 21 dicembre d’ogni anno, il sole si trova allo zenit nell’emisfero Nord e coincide col giorno più corto dell’anno e con la notte più lunga.
Così, inizia l’inverno nell’emisfero boreale e l’estate in quello australe.

Il solstizio d’inverno nel precedente calendario Giuliano [introdotto per la prima volta nel 709 ab U.C. (45 a.C.)] cadeva il 25 dicembre.
Tale importante fenomeno astrologico era presente e festeggiato in tutte le religioni del mondo.
I Celti lo festeggiavano con la festività di Alban Arthuan che indica la rinascita del dio Sole in questo giorno perché il termine Alban designa le Festa di Luce. Qualcuno traduce Alban Arthuan con “la Luce di Artù”: si diceva che Re Artù fosse nato il giorno del Solstizio d’Inverno, e qui il leggendario Re si associa al Re del Mondo, il sovrano dello spirito e del tempo, supremo vertice del mondo terreno, un simbolo di reincarnazione portatore di benefici e grandi doni.

Per gli Anglosassoni e i Germani tale periodo era chiamata Yule (col significato di ruota o per indicare il nome del Re Odino) ed era legato alla celebrazione del sole e della madre terra che si prepara, riscaldata dai primi raggi, alla futura semina. Tra i vari temi legati a Yule, il principale è quello della battaglia tra il vecchio Re dell’Agrifoglio, simbolo di oscurità e di vecchiaia, e il giovane Re della Quercia che simboleggia la luce del nuovo anno. Il vecchio sovrano viene simbolicamente ucciso e il giovane Re prende il suo posto sul trono per governare. Con il rito del ceppo di Yule si perpetua ogni anno, oltre alla tradizione di stringersi tutti attorno al fuoco, anche questa antica e ripetuta battaglia.

Intorno alla data del 25 Dicembre, quasi tutti i popoli hanno sempre celebrato la nascita dei loro esseri divini o soprannaturali: in Egitto si festeggiava la nascita del dio Horo e il padre, Osiride, si credeva fosse nato nello stesso periodo; nel Messico pre-colombiano nasceva il dio Quetzalcoath e l’azteco Huitzilopochtli; Bacab nello Yucatan; il dio Bacco in Grecia, nonché Ercole e Adone o Adonis; il dio Freyr, figlio di Odino e di Freya, era festeggiato dalle genti del Nord; Zaratustra in Azerbaigian; Buddha, in Oriente; Krishna, in India; Scing-Shin in Cina;
in Persia, si celebrava il dio guerriero Mithra, detto il Salvatore ed a Babilonia vedeva la luce il dio Tammuz, “Unico Figlio” della dea Istar, rappresentata col figlio divino fra le braccia e con, intorno al capo, un’aureola di dodici stelle.
Nella Romanità, in una data compresa tra il 21 e il 25 dicembre, si celebrava solennemente la rinascita del Sole, il Dies Natalis Solis Invicti, (il giorno del Natale del Sole Invitto), dopo l’introduzione, sotto l’Imperatore Aureliano, del culto del dio indo-iraniano Mithra nelle tradizioni religiose romane, che era in pratica inclusa all’interno di un più vasto ciclo di festività che i Romani chiamavano Saturnalia, festività dedicate a Saturno, Re dell’Età dell’Oro, che, a partire dal 217 a .C. e dopo le successive riforme introdotte da Cesare e da Caligola, si prolungavano dal 17 al 25 Dicembre e finivano con le Larentalia o festa dei Lari, le divinità tutelari incaricate di proteggere i raccolti, le strade, le città, la famiglia.
Il mito romano narra che il misterioso Giano, il dio italico, regnava sul Lazio quando dal mare vi giunse Saturno, che potrebbe essere inteso come la manifestazione divina che crea e ricrea il cosmo a ogni ciclo, colui che attraversa le acque, ovvero la notte e la confusione-caos successiva alla dissoluzione del vecchio cosmo, per approdare alla nuova sponda, ovvero alla luce del nuovo cosmo, del nuovo creato.
Nel corso del mese di Dicembre, il dio Conso era festeggiato il 15 Dicembre, nel corso delle Consualia, le feste dedicate alla “conclusione sacrale del vecchio anno”.  Il già citato Giano, associato a Conso, poi, era l’antica divinità latina dalle “due facce”, “dio del tempo” e, specificamente, “dell’anno”.

Considerato che col passare degli anni, le date scelte non corrispondevano più alle stagioni in essere in quanto l’anno non era di preciso di 365 giorni, si dovette cambiare il calendario. Così, col Concilio di Nicea, che si svolse nel 325 d.C., si stabilirono le nuove date e l’equinozio di Primavera fu spostato al 21 Marzo, l’equinozio d’Autunno al 23 Settembre, il solstizio d’Estate al 21 Giugno e quello d’Inverno al 22 Dicembre.

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A livello esoterico, col solstizio d’inverno si osa di più rispetto a Samhain.
Infatti è l’unico momento dell’Anno Magico in cui è consesso lo straordinario, in cui è possibile chiedere la realizzazione di qualunque desiderio personale (rappresentato dal Carro dei Tarocchi).
Il simbolismo della “notte più lunga” è particolarmente evidente nelle regioni prossime ai poli dove ancora sopravvivono culture sciamaniche e dove il giorno, in questa fase dell’anno, è molto corto, o addirittura assente. Il fatto che il Sole comincia ad allargare il suo cammino, equivale simbolicamente ad una rinascita che l’adepto deve sentire come propria per avere una crescita spirituale.
Lo schema planetario del periodo di Yule è alquanto complesso ponendosi a cavallo tra il Sagittario (Giove, Proserpina, Nettuno) ed il Capricorno (Saturno, Marte, Urano, Giove).  Giove rappresenta la Fortuna, l’espansione e l’ottimismo, Nettuno è il pianeta dei grandi cambiamenti  che prepara l’individuo a quell’importante purificazione che dovrà essere sentita e desiderata dalla persona stessa. Proserpina, infine, è il pianeta della conservazione e della tradizione ma anche quello dell’insolito e dell’inatteso. A questa terna ‘prepositiva’ ne fa seguito un’altra ‘esecutiva’ con Marte pianeta del fortuito e dell’eccezionale, con Urano che presiede ai cambiamenti necessari e repentini e con Saturno propenso alla realizzazione dei desideri (quelli preparati e costruiti).
La tradizione Occidentale chiama questa fase del cammino iniziatico “nerezza” (negredo)  per sottolineare che il cammino sta agli inizi e la “pietra” dell’iniziato è pesante come il Piombo. Per la tradizione orientale il compito di Yula è quello di sconfiggere il letargo di Kundalini ed iniziare la liberazione, il cammino, il proprio shakti per risalire verso sfere di consapevolezza superiori.
Tale cammino presuppone il passaggio dell’inconscio lunare (istinti, ricordi, dolori) attraverso quella porta, molto stretta, che porta alla roccaforte (swadhishtana) dove Kundalini dorme avvolto dalle proprie spire e che si apre solo al Solstizio d’Inverno (la deva-yana della tradizione indù). Swadhishtana rappresenta il regno delle acque (dei ricordi) dominato dalla falce della Luna dove si cela il mostro mitologico simile ad un coccodrillo con proboscide detto Makara. Sappiamo che per gli antichi i solstizi rappresentavano delle “Porte” o dei varchi per accedere ad altre dimensioni, e questa di Yule (questa è considerata quella degli dei: "IO SONO LA PORTA , da una entrano gli uomini, dall’altra escono gli Dei") era quella delle “Acque della Vita”.  Acqua intesa come primigenie racchiusa tra due enormi scogli che urtano sempre tra di loro e fermandosi solo per qualche secondo.   

[Come le Rocce Simplegadi, superati dagli Argonauti]
Occorre superare quegli scogli come fece l’eroe eschimese Giviok.
A Yule il passaggio è disponibile e in quell’istante due mondi, due livelli di coscienza vengono a contatto, così come avviene anche nel solstizio d’Estate.
Lo scopo di Yule è duplice, favorire il cammino (con la realizzazione di desideri) e l’accesso all’inconscio per poterlo purificare. Il guscio duro della coscienza deve rompersi per raggiungere l’Inconscio, come avviene, in questa stagione, per il seme sepolto dalla Terra. Quarantadue giorni separano Yule da Imbolc, ovvero la fase di “negrezza” da quella “bianca” della purificazione.

Il Labirinto Emblematico di Hermann Hugos
 
<<L’Opera nostra fin dal principio si ha da lavorare con due Nature che sono di una medesima sostanza;
l’una è preziosa e l’altra è vile>> (Pitagora, Turba ph.)

E’ questo il momento in cui, col buio e la notte padrona, è necessario mantenere accesa la fiamma della Fede. Nei tarocchi ciò che meglio identifica tale rinascita di Luce è la lama del Bagatto, che simboleggia la vera essenza dell’uomo, la cui missione è conseguire l’unione fra spirito e materia.
Il Bagatto ha già davanti a sé tutti i simboli del potere materiale ed è il personaggio che intraprende l’Opera alchemica, lavorando con i tre principi e i quattro elementi (i tre piedi e i quattro angoli del tavolo), grazie alla quale ogni uomo è un metallo, che portato alla sua perfezione, è chiamato Oro.
Il senso più alto della carta è dato dal suo numero, che è l’uno e che indica il motore immobile, il Principio di tutte le cose, anche se il suo cappello a forma di otto allungato simboleggia il movimento d’elevazione spirituale che conduce alla quadratura del cerchio.
"SOLVE ET  COAGULA" ovvero morte e rinascita allo stesso tempo.
Uscendo dalla Caverna Cosmica (o swadhishtana), con il Solstizio d’Inverno, si passa dal nulla all’unità, geometricamente cioè, dal divenire sensibile, rappresentato dal simbolo della circonferenza, si passa all’eterno presente, che nell’uno e nel centro si esplicita perfettamente. 

Alla luce di tante tradizioni pagane e religiose, la Chiesa non poteva non porre anch’essa un’autorevole festa in concomitanza di un giorno d’importanza astrologica. Considerato che molte religioni precedenti celebravano in questi giorni la nascita dei loro esseri divini, la nascita di Gesù Cristo non poteva avere datazione migliore.
Seppure non si era a conoscenza dell’anno, e tanto meno del giorno in cui Cristo nacque, il 25 Dicembre rappresentava una data giusta per dare ai cattolici cristiani di tutto il mondo, una importante ricorrenza capace di soppiantare i rituali pagani ancora in essere.
A tal proposito, è rilevante il passo evangelico in cui Giovanni Battista, nato nel giorno del Solstizio d’estate, rivolgendosi a Gesù, nato nel Solstizio d’Inverno, afferma: “Bisogna che egli cresca e che io diminuisca”.

In senso microcosmico il Solstizio d’Inverno corrisponde quindi alla presa di coscienza della vera spiritualità, in quanto uscita nella luce. Durante questo processo la comprensione esoterica può essere visualizzata come un’illuminazione riflessa che rischiara il buio della caverna: un fascio di luce che penetra da un’apertura nel tetto della caverna e che genera quell’illuminazione di riflesso, descritta anche dal mito della caverna sacra di Platone e la cui fonte è il "Sole Intelligibile". Nell’ordine microcosmico, per quanto concerne l’organismo sottile individuale, tale apertura corrisponde al centro energetico che si trova sulla sommità del capo: il chakra della corona, il kether della Sefiroth. Esso rappresenta il settimo livello del sistema dei chakra e corrisponde a ciò che nella Cristianità viene indicato come il settimo cielo. E’ lo stato di consapevolezza della libertà assoluta, la sede del Creatore. Secondo gli indù al chakra della corona si fondono la Prakriti , la sostanza primordiale, e il Purusha, lo spirito, l’essenza. Nel percorso rettilineo tra la seconda e la terza nascita, all’interno della Caverna Cosmica, tra le due porte solstiziali, l’illuminazione, dunque, penetra in noi dalla sommità del cranio, come, secondo i rituali operativi massonici, sulla sommità del cranio di ogni uomo è sospeso il filo a piombo del Grande Architetto, quello che segna la direzione dell’Asse del Mondo. Ricordiamo che la rigenerazione cosmica, è sempre concepita con la discesa e con l’aiuto di un avatara (reincarnazioni), di cui il Cristo Redentore è l’ultimo e più splendente esempio.

Il Cristo viene comunque associato al Sole come simbolo di luce vivificante e quindi tutte le festività possono fondersi tranquillamente tra loro senza contrasti.
I festeggiamenti del Solstizio si protraggono quindi per tutto il periodo Natalizio (come il Sol Invictis), con il quale, come abbiamo detto, coincidono; ed è in questa notte che molte streghe si tramandano per tradizione i segreti dell’Arte.

Questa è la raffigurazione allegorica del cammino iniziatico.
Il Solstizio invernale è la prima ricorrenza della ruota dell’anno che comprende le feste magiche, da qui ha inizio il cammino esoterico che si snoda attraverso le altre e successive festività che ci purificano e ci arricchiscono, sino all’elevazione del nostro spirito che ha luogo con il passaggio della seconda porta sostiziale, quella estiva.
Sono le fasi alchemiche, il risveglio della terra che prepariamo per il prossimo raccolto.
Autocontemplazione, morte simbolica e risveglio al nuovo stadio. Come già detto in un altro sabbath, lo specchio è il suo simbolo espresso magistralmente nella frase: Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Ocuitum Lapidem. Il V.I.T.R.I.O.L. alchemico che ci da la sintesi del processo: Visita ‘l’interno della terra" cioè la profondità dei tuo essere e purificando, troverai la Pietra nascosta.
E’ la "Cauda Pavonis" (la coda colorata del Pavone simboleggia i tre colori, nero, bianco e rosso che si riferiscono  ai tre stadi della Grande Opera, con la Rubedo, o rossezza, per ultima), l’avvicinamento ai quattro Elementi: Acqua, Aria, Terra e Fuoco, che formano l’impalcatura del Sé, che va ora incontro ad un processo di purificazione, camminando verso la Luce bianca (Albedo, Candiemas).

Presso i celti era in uso un rito in cui le donne attendevano, immerse nell’oscurità, l’arrivo della luce-candela portata dagli uomini con cui era acceso il fuoco, per poi festeggiare tutti insieme la luce intorno al fuoco.  Ancora, ecco come, nel mondo attuale, il gioco della tombola trova origini antichissime nell’usanza di interpellare maghi ed indovini il giorno del solstizio d’Inverno o in quella di propiziarsi l’anno a venire attraverso simboli e giochi propiziatori.
Yule, o Farlas, è insieme festa di morte, trasformazione e rinascita. Il Re Oscuro, il Vecchio Sole, muore e si trasforma nel Sole Bambino che rinasce dall’utero della Dea: all’alba la Grande Madre Terra dá alla luce il Sole Dio.
La Dea è la vita dentro la morte, perchè, anche se ora è regina del gelo e dell’oscurità, mette al mondo il Figlio della Promessa, il Sole suo amante, che la rifeconderà riportando calore e luce al suo regno. Anche se i più freddi giorni dell’inverno ancora devono venire, sappiamo che con la rinascita del sole la primavera ritorna.
La pianta sacra del Solstizio d’Inverno è il vischio, pianta simbolo della vita in quanto le sue bacche bianche e traslucide somigliano allo sperma maschile. Il vischio, pianta sacra ai druidi, era considerata una pianta discesa dal cielo, figlia del fulmine, e quindi emanazione divina.
A essa erano attribuite molte proprietà curative e  pianta in grado di guarire da qualunque malattia. I druidi lo usavano per ottenere infusi e pozioni medicamentose. La ricetta magica della tradizione popolare vuole che il vischio venga immerso nell’acqua, che si dinamizza con le sue magiche proprietà e poi si distribuisce a quanti desiderano guarire o preservarsi dalle malattie.
Equiparato alla vita attraverso la sua somiglianza allo sperma, ed unito alla quercia, il sacro albero dell’eternità, il vischio partecipa sia al simbolismo dell’eternità che a quello dell’istante, simbolo di rigenerazione ma anche di immortalità. Ancora oggi baciarsi sotto il vischio è un gesto propiziatorio di fortuna e la prima persona a entrare in casa dopo Farlas deve portare con se un ramo di vischio. Queste usanze solstiziali sono state trasferite al gennaio, il Capodanno dell’attuale calendario civile.
La stessa attuale tradizione dell’albero di Natale ha le sue origini nelle antiche celebrazioni pagane di Yule. Famiglie pagane portavano un albero in casa così che gli spiriti dei boschi avrebbero avuto un posto per ripararsi nei mesi invernali o quelli dei parenti deceduti restare in attesa della Luce. Qualsiasi cosa che luccicasse poteva rappresentare il Sole e la Luna, mentre una luce più grande rappresentava il Sole o la Luce. Si appendevano campanelli ai rami così da poter sapere se uno spirito era presente, si appendeva cibo per farli mangiare e una stella a cinque punti, il pentagramma, simbolo dei 5 elementi, era messo a capo dell’albero. Anche i colori della stagione, rosso e verde, sono di origine pagana, così come l’abitudine di scambiarsi i regali. La ghirlanda rappresentava la ruota (jul) delle stagioni e tenuta in casa per tutto l’anno semmai intrecciata con rametti di agrifoglio per assicurare fortuna. Secondo le leggende irlandesi, questa pianta è in grado di produrre incantesimi notevoli. Il suo potere contro le forze ostili è così grande che i Celti lo portavano con sé perfino in battaglia e molti carri da guerra erano costruiti con il suo legno. Rappresenta il Vecchio Dio del Cielo, chiamato anche Re Agrifoglio.

Anche il cibo, che fa da padrone sulle nostre tavole, addobbate a dovere durante le festività natalizie, ha un altissimo valore simbolico: i dolci lavorati con farina di castagne e/o di mandorle e frutta secca richiamano l’idea della fecondità, della protezione e del compimento dei desideri; l’uva passa, con cui le industrie farciscono panettoni e torte natalizie – ma anche le lenticchie e gli zamponi, solitamente consumati alla mezzanotte dell’ultimo dell’anno – rimandano l’idea di benessere e ricchezza, tanto diffuse dagli stessi ingredienti in epoche a noi remote.  Perfino il cenone a base di “magro” della vigilia ha riferimenti allegorici: il capitone, per esempio, è da sempre simbolo di fratellanza e amicizia, consumarlo in compagnia è ben augurante di nuovi e antichi sodalizi; mentre le cascate di salumi che presentiamo in vassoi posti su centri tavola ricamati a mano, ricordano l’antica usanza di sacrificare animali allevati durante tutto l’anno, sperando così di ingraziarsi la Dea Fortuna per il nuovo anno.

Qualche tradizione pagana.

  • Per la tavola usare un panno bianco.
  • La tavola va decorata con sempreverdi, euforbia, rosmarino, agrifoglio, vischio e edera. Le tre candele da usare sono di colore rosso (simbolo del sangue del parto), bianche (simbolo dell’innocenza della nuova vita) e verde (simbolo della crescita).

  • L’incenso di Yule può essere composto da camomilla, zenzero, pino e salvia.
  • Se avete il camino, decorate il ceppo di quercia con  piante sempreverdi e non fatelo ardere del tutto, ma un pezzetto deve essere conservato per accendere il nuovo ceppo del prossimo Yule.
  • Su un pezzettino di carta potete scrivere un vostro desiderio e dopo averlo ripiegato, bruciatelo sul fuoco, pensando ad esso ardentemente!
  • Dopo i festeggiamenti si raccolgono tutte le decorazioni di Yule e si conservano per IMBOLC.
  • La sera della vigilia di Natale, prima di andare a dormire, rimanete sul tavolo della cucina un bicchiere di latte, un dolce e una candela accesa (attenzione a dove la lasciate!): aiuteranno Babbo Natale a trovare la vostra casa e lo spuntino lo rifocillerà nella notte per lui più faticosa di tutto l’anno.
  • La sera del 31 togliete tutti i vecchi calendari che avete in casa. Bruciateli tutti la mattina di Capodanno, dopo averli avvolti in lana rossa, dicendo: "Anno vecchio brucia qua e la sfortuna se ne va".


     
    Buon Solstizio d’Inverno a Te!

     

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