Inquietudini di gioventù

INQUIETUDINI  

(di ieri e di oggi) 

 

Foreboding (J. 9) lithograph,1926

 

 

Quali erano le principali inquietudini della nostra gioventù?

Ovvero, come sono cambiate nell’arco degli ultimi 30 anni!

 

 

Andare a scuola / studiare

Sì, ancora al primo posto perché vedo che la situazione non è cambiata oggi, eh? 

Prima le cose erano meno programmate e precise di come lo sono oggi, indubbiamente.

Durante le elementari, il tempo di alzarsi per lavarsi la faccia e, dopo aver indossato il grembiule e presa la cartella, ancora mezzo intontiti dal sonno, si era subito in strada per raggiungere la scuola.

Classi separate maschi-femmine ed un unico professore per tutta la durata dell’orario scolastico. Che palle!  

La scuola media segnava il passaggio alla “maturità” perchè se prima molti studenti erano accompagnati o ripresi, alle medie no, tutti da soli senza bisogno dei genitori. Inoltre, non c’era più l’obbligo del grembiule e della cartella. Generalmente lo stabile era diverso (più grande) e si avevano più insegnanti, uno per ogni materia, pertanto la cosa appariva ai nostri occhi più rilevante e seria. Per noi rappresentava, così, un passaggio evolutivo molto importante, anche se è da qui che iniziavano poi i problemi e le preoccupazioni di cui si parla.

  

 

Dover ritornare a casa (mentre si giocava)

Preciso che ai miei tempi, la maggior parte dei ragazzi giocava sotto casa o comunque in strada (pallini, figurine, bicicletta, pallone, nascondino, ecc.). La strada può essere considerata l’equivalente di quello che oggi rappresenta  la TV per i giovanissimi. E, generalmente erano le mamme a richiamare i propri figli dal balcone o dalle finestre. State vedendo la recente pubblicità “Adidas”?  Beh, suppergiù accadeva la stessa cosa.

Tutti erano oramai abituati a sentire nomi urlati al vento……. Gennarììììììììì…… Antòòòòòò…… Giovàààààà.

Come oggi siamo abituati a sentire cellulari o antifurti suonare, in quegli anni l’ora del pranzo o della buona notte era scandita dal richiamo dei figli che stavano giocando nelle vicinanze.

Se non si rispondeva o se non si soddisfaceva la richiesta, dopo pochi minuti il richiamo ripartiva e si andava avanti così per molte tempo. Non tutti ritornavano al primo richiamo, ma il non rispondere o il rincasare molto tempo dopo, erano giusto i presupposti per una “lavata di capo” o per qualche schiaffo. Fortunatamente i “grandi” erano sempre presi da altre cose e a noi non ci si considerava più di tanto. C’era meno ingerenza e partecipazione sotto questo punto di vista: i ragazzi erano lasciati di più a se stessi e perfino quando più tardi, noi stessi ci sentivamo “maturi” per certe cose, eravamo spesso, ancora messi da parte.

Tenuto conto che le abitazioni erano poco“vivibili”, per i nostri genitori era importante che noi eravamo presenti all’ora di pranzo, per la cena e a farsi vedere di tanto in tanto. La giornata la si trascorreva per la maggior parte all’esterno, andando in giro e giocando. Era l’epoca dei pantaloni a zuava e dopo tante ore trascorse in strada, potete immaginare in che condizioni rincasavamo poi.

Il vicolo o la strada era il nostro mondo, la nostra avventura giornaliera.

 

 

La casa degli altri 

Si diceva prima, che la casa non rappresentava certo un luogo ideale per noi ragazzi. Noi non avevamo la nostra stanzetta con TV o giochi e generalmente il solo luogo vivibile della casa era la cucina, mentre il soggiorno era “off limit”, giusto una stanza chiusa destinata agli ospiti. Figuriamoci quindi, cosa rappresentava per noi la casa dei nostri compagni. Era fuori di ogni logica il pensare di andare a casa dell’amico anche se per citofonarlo solamente! Ahimé, non erano ancora i tempi della “cremeria”. Ci si incontrava a scuola e nel vicolo o, al massimo, quando qualche volta ci si vedeva mentre affacciati. Nessuno conosceva la casa degli altri e questo spiega il timore reverenziale che avevamo, quando raramente, si entrava in una casa estranea. Restavamo fermi sotto l’uscio allungando la testa per scrutare l’interno e quando capitava di entrare si restava poi impietriti.

C’era più rispetto e educazione specialmente nei confronti degli adulti. Qualche volta poteva pure capitare di prendersi gioco dei vecchi, ma per noi, normalmente, essi rappresentavano l’esperienza, la saggezza e la conoscenza ed erano semplicemente i nostri nonni.  

 

 

Il taglio dei capelli 

Generalmente, era un problema comune a molti bambini, ma per me rimase tale anche durante la pubertà.

Non ero ancora un amante dell’hard-rock e così non so dare un’univoca risposta in merito a questo comportamento.Sta di fatto che dal barbiere dovevano portarmi con la forza, scalpitando per tutto il tragitto! Il taglio dei capelli diventava un atto di forza e una mancanza di rispetto nei miei riguardi. Giusto una cosa fatta contro la mia volontà.

Per avere la possibilità di crescere i capelli come volevo (di moda negli anni ’70), dovetti attendere quasi la fine dell’adolescenza.

 

 

I soldi 

Il rapporto con i soldi è una delle cose che contraddistingue di più la mia generazione da quella attuale.

Fino all’adolescenza a noi ragazzi era quasi vietato maneggiare soldi. Non erano oggetto di curiosità o di bisogno, ma solo una cosa dei “grandi” e quindi da non prendere in considerazione. Difficilmente si avevano delle “voglie” o delle “esigenze”, e laddove capitava il desiderio di voler qualcosa (caramella, gelato, ecc.), non si chiedevano soldi, ma direttamente e con insistenza l’oggetto voluto.

Non è che i soldi non avevano valore, come capita oggi, semplicemente noi non realizzavamo il loro valore!

Solo nella tarda adolescenza, quando insieme agli amici le esigenze cambiarono, io personalmente cominciai a sentire il bisogno dei soldi. Pochi erano i fortunati ad avere già la consueta paghetta settimanale, mentre molti lavoravano durante la pausa estiva. Spesso anch’io l’ho fatto. La mentalità diffusa era che niente ci era dovuto e ogni cosa che andava al di là dell’alimentazione e del comun vestire era considerata un  “plus” da nababbi. Sul calendario la sola data che poteva essere sottolineata, era il Natale con i suoi dolci e con il regalo della vicina Befana. Nota bene che ho parlato di regalo senza usare plurali, perché generalmente si trattava di un unico semplice giocattolo.

 

La solitudine

Fino e oltre la pubertà almeno, era una condizione del tutto sconosciuta e inapplicabile.

Nonostante senza giocattoli e senza amici del cuore, la solitudine non esisteva o per lo meno, nel mio caso, non ne ho mai sentito la presenza. Forse era per questo che durante l’infanzia, ogni cosa che assomigliasse ad una segregazione, al rimanere soli, incuteva paura e preoccupazione. Difatti, la punizione che i “cattivi” ricevevano a scuola era l’isolamento in un angolo della classe, in ginocchio e con le mani sulla testa rivolta verso il muro. Oppure a casa, il rimaner chiusi nel ripostiglio o il non poter scendere giù. L’isolamento e il rimaner da soli erano considerati proprio una punizione, una situazione da non vivere. Pertanto, quando accadeva, si soffriva di solitudine e quando la punizione finiva si cercava poi di ovviare. La solitudine faceva paura e anche se i nostri genitori non erano abituati a tenerci chiusi in casa da soli, quando capitava, poi si stava male e si cercava di non pensarci.

La solitudine e la malinconia, laddove c’erano, si vivevano all’aperto e insieme con gli altri. Per la strada non era insolito trovare ragazzi seduti da soli, giusto arrabbiati o chiusi nei loro pensieri, nell’attesa che qualcuno o qualcosa li avrebbe distolti.

 

La Fame

Rispetto alle generazioni del dopo-guerra, noi eravamo migliori e più fortunate.

Ciononostante il cibo, come un’ereditaria fobia, rimaneva una cosa importante, quasi sacra. Difficilmente si buttava qualcosa e la mentalità diffusa era che tutto era buono e da mangiare. Sapevamo che c’erano famiglie bisognose dove si mangiava di meno e dove carne e pesce erano un super lusso.

Pertanto, quando l’appetito si faceva sentire, non si guardava troppo per il sottile, né ci si preoccupava del menù. A dire il vero, i primi vizi alimentari sono arrivati dopo, con l’adolescenza, quando nel frattempo nella società avvenivano altri cambiamenti. C’era in ogni caso rispetto per il cibo e la consapevolezza di cosa rappresentasse la povertà.

 

 

L’incomprensione

Sotto questa voce intento mettere qualunque problematica o situazione psicologica relativa al mondo giovanile (aspetto, dialogo, amore, sesso, droga, ecc.). Non c’è epoca in cui i giovani non hanno avuto problemi e incomprensioni.

Cambia l’orchestra ma la musica è sempre la stessa. Tutto si può contestualizzare e capire.

Anche noi accusavamo gli anziani di incomprensione e di non essere aperti al dialogo (che veramente non c’era!). Problemi di estetica, di amore o di sesso c’erano lo stesso. Di droga ce n’era meno, ma volendo la si trovava facilmente. Così, era altrettanto facile cadere nell’oblio della droga o dell’alcool. Proprio oggi i giovani criticano la società e la famiglia in particolare, quando poi si rimane “figlio-dipendenti” fino e oltre i 30 anni. Ai miei tempi la contestazione portava coerentemente, ad un allontanamento (rifiuto) dalla famiglia e all’assunzione diretta di responsabilità. Già prima della maggiore età, i maschi erano considerati maturi e di lì il passo ad essere considerati “uomini” era molto breve. Molte cose erano considerate puerili  e pertanto andavano poi evitate, come il gioco del pallone o qualunque altro sport fatto per sfizio, guardare o leggere i cartoon, giocare chiassosamente con i compagni, stare troppo tempo alla TV, avere delle paure, ecc.

Quando l’amore arrivava ed era corrisposto, non si temporeggiava aspettando chissà che. Non appena trovato il lavoro e messo da parte qualcosa, il matrimonio era lì pronto dietro la porta. Credo che l’età media per il matrimonio (nei maschi) oscillava tra i 20 e i 25 anni. Certo, un altro motivo spingente era la mancanza di sesso pre-matrimoniale e la mancanza di libertà sessuale in generale.  Ma il motivo principale era il bisogno di fare da soli e di crescere ulteriormente.

Oggi perfino lo sviluppo fisico sembra rallentato, diluito: un uomo di 22 anni appare ai nostri occhi appena come un adolescente super cresciuto!

Sembra quasi che l’evoluzione stia portando ad un allungamento del tempo necessario al raggiungimento della maturità psico-fisica. Non mi meraviglierei se nel futuro, perfino la gravidanza si allungasse ulteriormente!

 

La realizzazione

Dopo la maggiore età, o giusto dopo gli studi, il rimanere ancora a casa dei genitori senza lavorare o per lo meno senza essere in grado di provvedere almeno alle proprie esigenze, era considerato un fallimento o l’essere un poco di buono. Non si parlava ancora di “mammismo” o di precarietà.  Inoltre, come già detto, si sentiva l’esigenza di non pesare ulteriormente sulle spalle della famiglia e di diventare autonomi in tutto. Era anche l’occasione per poter finalmente dare sfogo a quei “piccoli” lussi non considerati fino a quel momento: un musicassette, un vestito nuovo, una moto, ecc. C’erano meno pretese lavorative e in verità, sebbene la disoccupazione non era un fenomeno grave e dilagante, pur di imparare qualche lavoro o di guadagnare i primi soldi, tutto “faceva brodo”.

E, nonostante tale modo d’essere, al nord era già uso comune l’andare a vivere da soli in un proprio appartamento.

      

 

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