Napoletaneità

Capire la mentalità dei napoletani non è facile.

Per farlo, occorrerebbe ripercorrere con attenzione decine e decine di anni di storia che il sud, e Napoli in particolare, hanno vissuto. Mai come in questo caso, storia, casualità, cultura, filosofia e ambente hanno lavorato insieme per forgiare un popolo, od una razza direi, unica e particolare.

E’ indubbio che col passar degli anni, moda & cultura subiscono influenze e cambiamenti per adattarsi al nuovo periodo storico, ma nei napoletani alcune peculiarità resistono ataviche nei secoli, tanto sono radicate e forti. La gestualità, la diffidenza, la furbizia e l’adattamento ne sono un esempio, ed evidentemente gli anni, la storia ed i cambiamenti, non hanno fornito fin’ora migliorie tali da permettere progressi o eliminazioni.

Certo, alcuni luoghi comuni sono oramai sorpassati e da dimenticare. La voce che i partenopei sono, in generale, degli scansafatiche è falsa. Una vecchia storiella dice:

c’erano quattro napoletani chiamati

Ognuno, Qualcuno, Ciascuno e Nessuno.

Un giorno c’era un lavoro importante da fare.

Ognuno era sicuro che Qualcuno lo avrebbe fatto……

Ciascuno avrebbe potuto farlo, ma alla fine Nessuno lo fece.

Quindi, Ciascuno incolpò Qualcuno perché Nessuno fece ciò che Ognuno avrebbe potuto fare.

Questo è un luogo comune che ancora oggi si ripete quando si parla dei napoletani!

Con la disoccupazione ed il grande numero di giovani che si spostano pur di lavorare, sarebbe stupido e provocatorio essere ancora convinti del contrario.

Lavorare non credo piaccia a tutti, specialmente se ci riferiamo a lavori comuni o al “faticare” di per sé.

Ed è in quest’ottica che và considerata, per esempio, l’affermazione di Eduardo De Filippo in “Natale in casa Cupiello”:

<Cuncè, che brutto suonno me sò fatto stanotte. Me sò sunnate che lavoravo…..>

Napoli è una scuola di vita dove tutti siamo attori ed il bello è che spesso non ce ne rendiamo nemmeno conto. L’unicità che contraddistingue la napoletanità, sta nell’esile confine che separa finzione e realtà, divertimento e contegno. A volte tale confine si sovrappone rendendo difficile l’identificazione e dando luogo a comicità e a tragedia. La famosa “macchietta” ne è giusto l’espressione grottesca e teatrale.

A Napoli tutto diventa più difficile ed allo stesso tempo ogni cosa è possibile.

Vi ricordate il film “Il Giudizio Universale” di Vittorio De Sica?

Nonostante l’universalità  della sua morale, non è un caso che sia stato creato da un napoletano e girato completamente a Napoli. In tempo di giudizio universale ogni persona cattiva, cinica e peccatrice si preoccupa di espiare, dall’oggi al domani, i propri peccati; ma non appena si rende conto che non è vero, la cattiveria, l’impudenza ed il peccato ritornano come se niente fosse successo.

Giusto un modo per porre l’accento sull’innato opportunismo e adattamento dei partenopei.

< A famma fà scì ‘o lupo do’ bosco> è un modo di dire che la privazione aguzza l’ingegno.

Penso che non ci sia lavoro o modo per guadagnare soldi che i napoletani non abbiano praticato o almeno tentato di mettere in pratica, per esempio.

Simme ngegnuso e fantasiuse” sotto questo punto di vista.

Altro elemento distintivo che balza agli occhi degli altri, è la nostra incessante gestualità.

E’ sì una caratteristica di tutti i popoli del Mediterraneo, ma nei napoletani acquisisce un significato più simbolico e non solo mimico. In qualche caso il movimento delle mani assume forme tali da sfiorare l’arte. Praticamente, leggendo le mani, potremmo capire il senso del discorso in atto tra due napoletani!

Per mancanza di volontà, di mezzi e di cultura, i nostri antenati dovevano concentrare e riassumere presto e bene. Come altri popoli creavano modelli di dialogo e di espressione basati su disegni pitture e simbolismi a Napoli si perfezionava l’uso della gestualità, dei proverbi e dei “napoletanismi”.

Questi ultimi erano continui adattamenti e semplificazioni della lingua volgare che continuano ancora oggi.

I giovani, infatti, sotto l’input delle “macchiette” dei comici emergenti o su adattamento di alcune parole, coniano nuovi termini e, secondo la classe sociale di appartenenza, creano un codice linguistico che caratterizzerà poi l’estrazione sociale. “Napule è…..” pure questo, dove l’antico convive col moderno ed è anche questo, forse, che colpisce il visitatore di turno. Da sempre, la presenza di importanti nomi dell’arte e della cultura internazionale in sosta qui ne è la conferma. Napoli si ama o si odia, non vi sono viene di mezzo. Leggevo che il filosofo tedesco Gadamer, che dal 1972 viene in visita alla città ogni anno, la prima volta che sbarcò a Napoli, dopo una lunga passeggiata nei vicoli spagnoli affermò: “mai vista tanta umanità!”

Purtroppo siamo un continuo mix di cose buone e negative che non permettono alla fine di tirare le conclusioni.

Un napoletano è socievole e alla mano, ma se capita l’occasione, la buona creanza e l’ospitalità possono diventare motivi di rimprovero e di pretese.

<L’occasione fa l’uomo ladro>, ecco perchè qui è da anni che noi ci cauteliamo sotto tutti i punti di vista.

Ero appena adolescente, quando col primo viaggio in treno, mi recai in visita a un cuginetto nel lontano nord. Rimasi affascinato da molte cose: dalla calma e dalla gentilezza del modo di essere nel suo complesso; dal rispetto delle regole; dalla tranquillità e riservo con cui la vita procedeva. Sebbene non avessi mai pescato prima, mentre eravamo sulla riva del fiume mio cugino mi spiegava i motivi per cui non lo potevo fare senza essere in possesso della relativa licenza. E, alla mia incredulità di veder lasciato andare un pesciolino appena pescato, lui arguiva che non raggiungeva le misure previste dalle norme. Pur avendo circa la stessa età, appartenevamo a due mondi completamente diversi che ci stupivano per le loro differenze. Ognuno era affascinato dall’altro e non so quali caratteristiche da parte mia, potevano essere motivo d’ammirazione. La disponibilità, la grossolanità, la spontaneità o l’irruenza del mio essere, forse?

Un napoletano può essere sincero come un libro aperto, ma anche reticente e più omertoso di un siciliano.

Ma comunque vadano le cose, alla fine non può mancare un buon pranzo e un pò di divertimento.

Verrebbe da dire: “….scurdammece ‘o passato, simme ‘e Napulè paisà”!

Ma credo che questa superficialità o bonarietà abbia il solo scopo di calmare gli animi, giusto una pausa di riflessione per salvaguardare la salute. E’ qui che entra in gioco la furbizia e la saggezza del popolo napoletano. Furbizia che col tempo e le condizioni avverse si è incattivita, diventando spesso scostumatezza e prepotenza.

Qualcuno ancora non è in grado di guardare al di là del proprio naso. Se nel secolo scorso, si poteva trarre beneficio da una furbizia spicciola o da una situazione illegale, oggi bisogna guardare alla società nella sua globalità, mettendo il bene della città e del territorio al primo posto. A parte la delinquenza organizzata (camorra) che non è oggetto di questa divagazione, vorrei che tutti capissero che la carta gettata a terra, anche se non rappresenta un grande reato, è un atto di disamore e di offesa nei confronti di Napoli e di tutti quanti gli abitanti. E’ dalle piccole cose che bisogna iniziare, per sperare di cambiare poi quelle più grandi.

Forse ci troviamo in questa situazione perchè io ho ereditato la carta buttata da mio nonno, mentre mio figlio troverà quella, più questa che getterò io. La saggezza, ahimé, sembra la si ritrovi solo nei vecchi proverbi, che rimangono appunto la massima espressione di una sorta di buonsenso che cogli anni è venuto lentamente a mancare. Agli inizi affermavo che alcuni comportamenti sono atavici e hanno messo radici profonde. In quest’ottica dovrei perfino convenire con chi ci chiama terroni o ci addita a cattivo esempio. E’ tempo di cambiare di più, lo si può e lo si deve ora. Per fare ciò occorre tempo, molto tempo e un lavoro certosino che coinvolga tutti: istituzioni locali, scuola, forze dell’ordine, borghesia, clero, negozianti, ecc.

Che bello sarebbe se in un futuro non molto lontano, i ragazzi del sud con tanto di licenza, pescassero solo pesci della misura prevista, mentre quelli del vicino nord, lasciassero maneggiare le canne da pesca, anche se solo per poco, ai compagni meno fortunati che non ne avessero mai vista una.

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3 risposte a Napoletaneità

  1. 00000 ha detto:

    Ciao,
    ho appena trovato questo blog su Napoli,sono napoletana e fiera….mi piace il tuo blog e la descrizione di noi napoletani…..nu’ zuccher’!Complimenti!
    Salutam’ Napule’…..la tengo semp’ rint’ o’ cor’….il mio napoletano scritto non e’ perfetto….per me il napoletano e’ la lingua piu’ bella  del mondo……..
     

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  2. tony ha detto:

    Mi avrebbe fatto piacere se avessi lasciato un tuo recapito così da poter chiacchierare…..
    Vabbé spero mi leggerai qui poi….. Ciao!

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  3. Karina ha detto:

    wow… bello questo. Il mio nome e’ Karina, sono e vivo a citta’ del Messico, ma ho visuto a Caserta per molto tempo, e Napoli era il mio unico rifuggio ogni volta che avevo bisogno di caos… e’ molto simile al caos con cui convivo tutti giorni qui. La prima volta che ho fatto contatto diretto con Napoli, cioe’ viverla davvero l’ho un po’ schifata… ma dopo e’ diventata un vizio per me e l’ho amata. Adesso ho tntissima nostalgia di lei. Molte cose sono simili a quelle che si vedono e si vivono qui. Due citta’ con tante contradizioni… ma alla fine non sei napoletano e non sei "defeño" (modo in cui si dice a uno che e’ di Citta’ del Messico) se non le ami. Mi manca tantissimo il lingo mare… le passeggiate d’inverno… cose uniche!! Penso che se nascevo italiana sicuramente sarei stata napoletana… il mio cuore e’ li’. Grande bolg!!

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